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Il Cerchio magico: Wonder woman: una meraviglia di donna

Qualche giorno fa sono riuscita ad andare a vedere “Wonder woman” al cinema, era un film che desideravo vedere nonostante non sia ancora spendibile con la mia cinquenne, ma che speravo potesse diventare in futuro uno strumento utile all’interno del percorso di empowering che stiamo cercando di costruire passo a passo. Non sono rimasta delusa, anzi, e per questo lo consiglio a chi ha figli e figlie dagli 11-12 anni in su, non prima perché alcune scene sono un po’ violente.

Innanzitutto a colpirmi in questo film è stata la delicatezza e complessità nel tratteggiare il carattere della protagonista e che rivela in maniera indubitabile la mano femminile alla regia: Diana è forte, indomita, tenera, compassionevole, innamorata e saggia. Rappresenta il femminile per come lo desideriamo e sappiamo di poter essere, fuori dagli schemi che ci vogliono o dolci e remissive oppure forti e dure e questa durezza si può coniugare poi o in tratti mascolini o fortemente seduttivi (un esempio lampante è la Vedova Nera interpretata da Scarlett Johansson per i film Marvel).

Patti Jenkins, la regista, non solo non ha deluso i fan dei film di azione realizzando il migliore incasso d’apertura per un film diretto da una donna, ma ha saputo creare una supereroina come non se n’erano mai viste e la stupenda GalGadot le ha dato vita in maniera meravigliosa.

Il film racconta la storia di Diana, principessa di Themyscira, cresciuta dalla madre e dalla zia in un’isola paradisiaca abitata da sole amazzoni, preservata dagli sguardi umani dal volere di Zeus dopo l’epico combattimento con Ares dio della guerra. L’arrivo di un affascinante Chris Pine, spia inglese infiltrata tra i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, porta Diana a lasciare il suo paradiso terrestre per andare a porre fine alla guerra delle guerre. Il suo ingresso nel mondo degli uomini la vede incantarsi davanti a un bambino, desiderando di abbracciarlo, e soffrire profondamente per ogni ferita, ogni sofferenza incontrata, fino a che – contro il volere di tutti – irrompe sul fronte, fiera e impavida, liberando un piccolo villaggio belga dalla dominazione nazista.

Diana scopre pian piano che gli esseri umani non sono solo buoni, che il dio della guerra non è altro che un timido suggeritore che sollecita la cattiveria e la sete di rivalsa che già abita i cuori e allora dall’idea infantile del “voglio salvare i buoni dai cattivi”, Diana arriva a quella adulta del volersi spendere per ciò in cui crede, al di là dei meriti di chi beneficerà del suo sacrificio. È un bell’insegnamento per i nostri ragazzi, perché li mette in contatto con il fatto che la realtà non è bianca o nera e che il loro posto nel mondo dipenderà da ciò che vogliono costruiree non dalla bontà degli altri, del loro paese, dell’umanità. Non possiamo permetterci di aspettare che le persone siano buone per prenderci cura di loro. È il contrario dell’idea di chi pensa che non dobbiamo accogliere chi fugge dalle guerre e dalla fame perché tra questi ci sono anche dei delinquenti, ma noi non li dobbiamo accogliere perché sono buoni, bensì perché crediamo che tutti gli esseri umani abbiano diritto a vivere in pace e ad avere cibo e un tetto.

Diana afferma, nella battaglia finale, che lei combatte la guerra perché crede nell’amore e – lo ammetto – messa così inizialmente ho sentito questa frase davvero grondante di retorica, ma poi a ripensarci a distanza di qualche giorno mi sono resa conto di quanto sia vera. È solo l’amore per l’altro, gli altri, l’umanità, che ci spinge a farci carico della sofferenza degli altri, non c’è un altro motore.E se i supereroi di solito preferiscono affermare di lottare per la giustizia, la nostra supereroina non ha paura di parlare di amore, la parola fragile per eccellenza, la più abusata e bistrattata… semplicemente perché è quella giusta.

Paola Lazzarini

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