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Il Cerchio magico: “Avengers: endgame”

“Avengers: endgame” è l’ultimo episodio della saga cinematografica degli eroi dell’universo Marvel, dopo 15 anni e 22 film che hanno fatto conoscere a tutti, compresi quanti tra noi non amano particolarmente i fumetti: Ironman, Thor, Capitan America, eccetera.

Vista l’attesa di cui il film era circondato i registi hanno chiesto che non circolassero spoiler fino al 6 maggio scorso, data a partire dalla quale ci hanno (bontà loro) concesso di poter cominciare a parlarne liberamente! Possiamo quindi parlarne, avvisando però chi non avesse ancora visto il film che farebbe bene a non leggere di qui in avanti.

La storia degli Avengers, dal primo film a questo (sono quattro in tutto, escludendo quindi i film su singoli personaggi, sempre correlati gli uni agli altri), è iniziata con un gruppo di soli uomini, bianchi, affiancati da una donna priva di qualsiasi superpotere benchè estremamente abile e scaltra (Black Widow) ed è terminato con due eroi di colore, uno dei quali diventerà l’erede di Capitan America, e soprattutto un esercito di eroine di grandissimo impatto.

Vederle tutte insieme rappresenta forse il momento più epico dell’intera pellicola e fa ben sperare sul futuro dell’universo Marvel al cinema, che non termina certamente qui.

Ciononostante, il film ben più che le donne celebra un valore un po’ desueto e sul quale vale la pena soffermarsi ovvero il senso di responsabilità.

Fin dall’inizio del film il tema è: è nostra responsabilità fare tutto il possibile per riportare le cose com’erano prima dell’ultima battaglia con il gigante Thanos. E questa responsabilità investe gli Avengers in maniera differente per ciascuno: per Tony Stark si tratta di decidere – drammaticamente – tra il preservare la propria realtà incredibilmente positiva nonostante le circostanze o farsi carico della sofferenza altrui; per Thor risalire da una china autodistruttiva, divertente perché molto umana, ma anche interessante da osservare, e tornare alla propria autorevolezza; per Black Widow si tratta soprattutto della responsabilità di tenere insieme il gruppo e far recuperare il senso del loro stare insieme; per Capitan America redimersi dalle sue colpe e ritrovare la propria identità di leader. Si potrebbe andare avanti così per ciascuno dei personaggi coinvolti.

Questa insistenza mi pare particolarmente significativa in questo periodo nel quale i messaggi politici (al di qua e al di là dell’oceano) sembrano convergere sulla deresponsabilizzazione verso i problemi altrui a forza di slogan che suonano – a un orecchio attento – come un “prima noi, anzi, prima io” e tutti gli altri chissenefrega. Anche se sono innocenti, anche se sono bambini, perché non sono “mia responsabilità”.  Gli Avengers sono dotati di poteri eccezionali, ma diventano eroi solo quando si fanno carico degli altri e credo che questo sia un messaggio molto bello da dare ai nostri ragazzi. E che i nostri ragazzi danno a noi, che ne abbiamo bisogno quanto e più di loro.

Ed è ancora più interessante perché non si nega affatto, anzi si afferma, che la responsabilità collettiva può comportare il sacrificio personale. E non è solo retorica, è un messaggio politico fortissimo che possiamo immaginare diretto a chi vorrebbe poter togliere dalla vista chi è nel bisogno, per continuare a vivere al riparo della propria confortevole esistenza. È una tentazione comune, quasi universale, ma resta una tentazione ed è pericoloso quando la politica anziché aiutare a superarla la coccola, la nutre, la fa diventare legge dello Stato.

Un altro elemento interessante in questo film è quello del passaggio di consegne: la consegna del regno da Thor a Valchiria, la consegna dello scudo da Steve a Sam, la consegna implicita della piccola Morgan da Tony a Happy Hogan… il cuore qui è quello dell’interdipendenza e della fiducia, della necessità per gli esseri umani di pensarsi all’interno della trama delle relazioni e delle generazioni e che questa trama viene vivificata dal riconoscimento dell’altro, delle sue qualità e delle sue potenzialità. Finchè si resta aggrappati a sé e al proprio ruolo, difficilmente ci si accorge di quanto gli altri sanno e possono: aprirsi alla relazione fiduciosa consente di consegnare pezzi della propria missione nel mondo, ma – in ultima analisi – di consegnare sè stessi. E questo è il senso profondo del sentirsi parte della famiglia umana.

Allora in questo film, pieno di azione ed effetti speciali, è possibile trovare sprazzi umanissimi e preziosi e lasciarsene attraversare, per raccoglierli poi nella calma, una volta superata la sbronza di emozioni. Ma senza dimenticare quanto sia bello anche sentire il cuore battere forte quando gli eroi che sembravano perduti ritornano e – soprattutto – quando le eroine si schierano l’una accanto all’altra a raccontare una storia tutta nuova.

Paola Lazzarini