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Il Cerchio magico: “Che sia il bene dei bambini al centro del Ddl Pillon”

È attualmente fermo l’iter del disegno di legge presentato dal senatore leghista Pillon sull’affido condiviso dei figli in caso di separazioni, anche se la commissione giustizia dovrebbe lavorarci entro l’autunno, e la speranza del proponente è di avere la legge pronta per la prossima primavera.

Com’è noto il ddl prevede tempi paritetici da trascorrere con il padre e con la madre, obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione, non esisterà più l’assegno di mantenimento, ma un assegno forfettario da ridiscutere di volta in volta in base alle possibilità economiche dei due ex coniugi e prevede un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà.

Dal momento in cui è stato reso noto il testo si sono accese polemiche tra chi (soprattutto le associazioni di padri separati) sostiene che con questo ddl finalmente si inizi a fare giustizia e chi ha cercato di porre l’attenzione sui limiti e pericoli che questo disegno di legge porta con sé.

A mio parere questo disegno di legge non tiene in alcun conto né la condizione della donna in questo paese e neppure i bisogni dei figli. Riguardo a questi ultimi la psicoterapeuta Costanza Jesurum, nel suo blog (qui) ha offerto una lettura articolata delle conseguenze che avrebbe questo testo qualora diventasse legge. Dice la dottoressa Jesurum “assoluta indifferenza alla qualità della vita dei figli. L’importanza che vivano in un contesto di riferimento, continuativo e rassicurante… mancato riferimento all’età del bambino. Se l’idea che un minore sia affidato fifty fifty in generale mi suscita qualche perplessità ma non faccio fatica a escludere coppie armoniose che riescano a risolvere la cosa per il meglio, se penso al minore di tre anni, un bambino di pochi mesi, un bambino di un anno magari ancora in allattamento, tolto alla madre, mi sale proprio una preoccupazione indigeribile, mi pare che si faccia un torto al minore gravissimo… l’idea è quella di dividere il tempo dei genitori a prescindere dai desiderata dei figli contesi, perché si parte dall’assunto che se un figlio non vuole vedere uno dei due partner è sempre comunque manipolato. Questa cosa è già di per sé un’aggressione”. I figli, dunque, spariscono dall’orizzonte in quanto soggetti portatori di diritti, mentre a prevalere è il diritto dei genitori ad averli con sé, ciascuno per metà del tempo.

Per quanto riguarda le donne è evidente che tutto il ddl è percorso da una profonda vena di maschilismo tale per cui si presuppone che la madre che resta nella casa di famiglia e si occupa dei figli, approfitti malevolmente della situazione, manipoli i figli alienandoli al padre e si adagi nella nullafacenza fino a ridurre al lastrico il povero ex marito. Questo è evidentemente falso e se finora a parlare sono stati (giustamente per carità) i padri separati, sarebbe ora che anche le madri separate iniziassero a raccontare la propria storia e non solo in termini di violenza fisica o psicologica subita, ma di umiliazioni, inadempienze verso i figli, assegni mai ricevuti, magari a fronte di carriere abbandonate o trascurate per potersi occupare dei bambini e dar modo al coniuge di costruirsi il proprio percorso lavorativo senza ostacoli. E comunque anche i dati sulla violenza sulle donne non vanno trascurati, nel 2017 sono state 120 le donne uccise da mariti, fidanzati o conviventi. È un fenomeno che si può dimenticare quando si mette mano a una legge che vuole modificare le norme relative a separazioni e divorzi? Ed è corretto mettere sullo stesso piano, come ha fatto il senatore Pillon in una recente intervista, le violenze subite con le false accuse di violenza? A quali ulteriori pericoli stiamo esponendo le donne?

Anche senza arrivare ai casi di violenza, comunque, quest’immaginario sessista della donna che prima caccia il marito, poi si gode casa e figli a spese dell’ex – se esiste – riguarda percentuali irrisorie, la realtà è fatta soprattutto di donne che (sia che scelgano, sia che subiscano la separazione) si ricostruiscono una vita accettando un tenore di vita molto minore rispetto a quello che avevano, gestendo da sole i figli, accettando lavori dequalificati pur di rientrare o restare nel mercato del lavoro.

In Italia l’occupazione femminile arriva al 48% (terzultimo tra i paesi dell’unione europea) e, secondo il Gender overall earnings gap che misura l’impatto di tre fattori combinati: guadagni orari, ore retribuite e tasso di occupazione, sul reddito medio di uomini e donne in età lavorativa, nel 2014 nell’Unione europea il gap era del 39,6% mentre in Italia del 43,7%. Ignorare questi dati di realtà è pericolosamente ideologico.

I padri di oggi si occupano dei figli più di quanto facessero qualche decennio fa, è vero ed è giusto che possano esprimere la loro cura anche dopo separazioni e divorzi, ma incentivare questo penalizzando madri e bambini è un errore gravissimo. Secondo dati americani (e in Italia la situazione è certamente peggiore) oggi i padri riferiscono di dedicare circa otto ore a settimana alla cura dei figli, tre volte più che nel 1965, ma dire che “gli uomini fanno di più, tuttavia, non è la stessa cosa di dire che gli uomini fanno abbastanza” afferma la scrittrice femminista Jessica Valenti. Sono quindi gli uomini a non permettere alle donne di avere carriere lavorative altrettanto brillanti, non i figli, perché se il lavoro di cura fosse uniformemente ripartito questo gap non si avrebbe. Dal momento, però, che la realtà è questa non si può immaginare una legge sulla famiglia che non tenga conto del divario nei tempi e nelle pratiche della cura che madri e padri offrono ai figli, intervenire a valle anziché a monte creerà solo maggiori sofferenze, in situazioni già di per sé segnate da grande dolore. La speranza è dunque che il ddl non passi, che tutte le forze politiche che dicono di avere a cuore il bene dei bambini, lo rigettino e mettano mano piuttosto a riaprire i centri antiviolenza per le donne e a creare condizioni perché le madri possano scegliere se affidare i propri bambini ad asili nido sicuri ed economici, oppure restare a casa a occuparsene e successivamente rientrare nel mercato del lavoro.

Se chi ha gravitato attorno al fenomeno dei family day, e lì ha trovato consenso, ritiene che i figli sono la ricchezza di un Paese, e lo sono, ce lo dimostri!