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Il Cerchio magico: Mamme colpevoli

Dice una bravissima teologa inglese che “C’è una colpa primordiale che nidifica nel cuore materno, sul non essere abbastanza brava. È l’eredità di Eva? Non ho mai incontrato una madre che non l’abbia mai sperimentato, e ho incontrato pochissimi padri che ce l’hanno”: quant’è vero! Sembra che l’esperienza del non sentirsi abbastanza, il bruciante senso di colpa, siano una costante della maternità che ci accompagna qualsiasi cosa facciamo. Qualcuno dice che la società vorrebbe che lavorassimo come se non avessimo figli e crescessimo i figli come se lavorassimo e credo che sia molto vero: di fatto i nostri sensi di colpa – forse – più eredità del peccato originale commesso da Eva sono l’effetto di una cultura che alle donne perdona pochissimo e alle madri non perdona nulla.

Noi madri siamo le grandi colpevoli: dalla psicanalisi fino alle serie tv siamo noi a innestare nella storia le storture che porteranno ai drammi e – inutile dirlo – noi madri ne siamo fin troppo consapevoli. Così succede che qualsiasi cosa scegliamo di fare riusciamo a sentirci in colpa: se lavoriamo fuori casa ci sentiamo in colpa verso i nostri figli e verso la casa che trascuriamo, se non lavoriamo ci sentiamo non all’altezza dell’immagine di donna richiesta oggi e magari (perché no?) in colpa verso i nostri genitori che ci hanno fatte studiare mentre noi non abbiamo messo a frutto quei titoli, ma anche quando lavoriamo da casa – conciliando (dicono!) lavoro e cura dei figli – riusciamo a sentirci inadeguate e colpevoli. E questa, forse, è la storia meno raccontata.

Come mamma che svolge la gran parte del proprio lavoro da casa, davanti a un pc, vorrei quindi provare a raccontarla.

La mamma che lavora da casa, intanto, non ha orari, ma lavora sempre e solo quando nessuno in famiglia ha bisogno di lei, imparando a lasciare a metà qualunque cosa e tirarla fuori a notte fonda, nella sala d’aspetto del dentista o di domenica mattina quando tutti dormono.

La mamma che lavora da casa spesso non ha neppure un vero spazio di lavoro e col suo portatile si incunea tra avanzi di colla a caldo e figurine doppie, sapendo che presto, molto presto, dovrà spostarsi e cercare un altro angolo, altrettanto provvisorio.

La mamma che lavora da casa – soprattutto – si sente in colpa qualsiasi cosa faccia: se lavora si sente in colpa perché sta trascurando la casa (“ma scusa non sei rimasta a casa tutto il giorno?”), se si occupa della casa – ça va sans dire – sente il fiato sul collo delle scadenze che sta ignorando; se gioca coi figli è nella beatitudine per i primi dieci minuti e poi inizia a sentirsi in colpa verso la casa e verso il lavoro. Quelle di noi che hanno un cane poi, come mi ha fatto notare un’amica, si sentono in colpa anche verso il cane che vorrebbe uscire a passeggio mentre noi centelliniamo le uscite tarandole sul minimo fisiologicamente indispensabile.

Insomma, qualsiasi cosa si faccia, l’unica certezza è quella di sbagliare. E allora o si fa come Angela Finocchiaro nel famoso sketch oppure ci si rassegna a una vita di parzialità, nella quale – cioè – qualsiasi cosa facciamo ci soddisfa parzialmente, raggiunge risultati parziali e rende parzialmente felici le persone a cui vogliamo bene. Se nella parzialità impariamo a vivere, se impariamo a considerarla normale, anche i sensi di colpa si placano, ben sapendo che non spariranno mai del tutto… si parlava di maledizione di Eva no?! Allora per evitare che anche l’invito ad amare la parzialità diventi un imperativo capace di scatenare altri complessi di colpa (“mi sento in colpa perché non riesco ad accontentarmi del parziale”), può aiutare quello che recentemente ha detto Michelle Obama: “Avere tutto non è sempre fattibile. Dire che puoi avere tutto allo stesso tempo è una bugia.”. E se lo dice lei che di equilibrismi deve averne dovuto tentare parecchi, con tutti gli aiuti possibili, allora forse c’è davvero da fidarsi.