Lettere al direttore
La scuola delle “novità”: ma per cambiare davvero non basta cambiare il titolo alle cose
Più informazioni su
FOTO D' ARCHIVIO
Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Franco Calcagno, neopensionato dopo una lunga esperienza alla dirigenza di scuole di ogni ordine e grado.
C’è un rituale stancante che si ripete puntuale ad ogni avvio di anno scolastico o ad ogni cambio di guardia al Ministero: la presentazione del nuovo pacchetto di “rivoluzioni”. L’elenco delle proposte sbandierate ultimamente è lungo e apparentemente ambizioso: si va dall’ingresso dell’intelligenza artificiale e dell’informatica precoce al ritorno della separazione tra Storia e Geografia, dal divieto degli smartphone in aula al pugno di ferro sul voto in condotta e sulle sospensioni, fino al rafforzamento dello psicologo scolastico, la riforma del 4+2 per gli istituti tecnici e le nuove procedure di reclutamento.
A leggere i comunicati stampa e i titoli dei giornali, si ha l’impressione di un sistema in continua evoluzione. Ma per chi la scuola la vive davvero ogni mattina — da docente, da studente o da genitore — la domanda sorge spontanea e priva di qualunque polemica di maniera: stiamo assistendo a un reale cambiamento o si tratta dell’ennesima operazione di cosmesi burocratica, in cui si cambiano i nomi ai problemi per far credere di averli risolti?
Prendiamo la grande narrazione sulla tecnologia, oggi centrata sull’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nei percorsi didattici e sul potenziamento del pensiero computazionale. È la solita scorciatoia ideologica che scambia lo strumento per la pedagogia. L’IA e il digitale sono certamente discontinuità importanti, ma parlarne nei convegni mentre le aule reali faticano ad avere una connessione Wi-Fi stabile o un proiettore funzionante fa sorridere amaramente. Mi è capitato di entrare o far entrare in classe con la lezione sulla digitalizzazione pronta, per poi perdere venti minuti a cercare di rianimare un computer di cattedra obsoleto e lento. Nonostante i finanziamenti cospicui di questi ultimi anni. La vera innovazione non è mettere un algoritmo in un programma di studi, ma mettere un insegnante nelle condizioni strutturali e formative di guidare gli studenti a un uso critico di quel mezzo.
Lo stesso discorso vale per l’illusione di risolvere i problemi con i divieti o con la rigidità formale. Proibire lo smartphone in classe può servire a tamponare una distrazione nell’immediato, così come la stretta sul voto in condotta o il ritorno dei voti numerici nasce dall’idea che la disciplina si imponga per decreto. Un divieto o una sanzione regolano un comportamento sul momento, ma non formano la testa di un ragazzo. Nella vita di classe, l’autorevolezza non si recupera abbassando un voto sul registro o trasformando le sospensioni in verbali di burocrazia punitiva; la disciplina si costruisce creando un ambiente in cui i ragazzi si sentano riconosciuti. Senza una vera alleanza con le famiglie e un lavoro sul campo, la fermezza di facciata produce solo quintali di ricorsi e burocrazia.
Un discorso analogo riguarda la reintroduzione distinta di Storia e Geografia, spesso sbandierata come una conquista del futuro. In realtà si sta solo cercando di mettere una pezza al disastro della “Geostoria” introdotta anni fa, che ha finito per mortificare la conoscenza del territorio e snaturare la cronologia. Chiamare “novità” il semplice fatto di correggere i propri errori del passato è il classico esercizio di propaganda. Senza un aumento delle ore e con programmi sempre più saturi, la sostanza rimane del tutto invariata.
Anche la sensibilità verso il disagio psicologico e l’inclusione viene spesso raccontata come una scoperta recente. Si parla di potenziare gli sportelli d’ascolto, di gestire l’inclusione degli alunni fragili o stranieri e di introdurre l’educazione all’affettività come se la scuola non se ne occupasse da decenni. Il punto drammatico è che oggi la quantità di adempimenti amministrativi cresce molto più velocemente della qualità delle relazioni umane. Abbiamo riempito la scuola di acronimi e protocolli: PEI, PDP, griglie di osservazione, piattaforme di monitoraggio. Ma nessun documento firmato ha mai fatto sentire accolto un ragazzo.
Sulla dispersione scolastica questa frattura tra realtà e palazzo diventa evidente. L’abbandono non comincia il giorno in cui uno studente smette di varcare il portone dell’istituto; comincia mesi prima, quando inizia a sentirsi invisibile. Ricordo bene un alunno che anni fa aveva smesso di studiare e accumulava note disciplinari: non aveva alcun bisogno dell’ennesima scheda di monitoraggio o di un protocollo d’intesa. Aveva solo bisogno che qualcuno si accorgesse del suo cambio di sguardo, gli si sedesse accanto a fine lezione e gli chiedesse semplicemente come stesse, senza il registro aperto davanti. La burocrazia non ha mai salvato un ragazzo dal mollare la scuola; la presenza di un adulto significativo sì.
Persino la spinta verso la formazione tecnica e il rapporto breve con il mondo del lavoro — il cosiddetto modello 4+2 — nasconde un’insidia. L’orientamento e il legame con il territorio sono fondamentali, ma se l’obiettivo diventa trasformare la scuola in una fabbrica di competenze ad uso e consumo immediato delle imprese, rischiamo di sacrificare proprio lo spazio per la cultura generale, per il pensiero critico e per la scoperta di sé. A 14 o 15 anni i ragazzi hanno il diritto di esplorare senza la fretta del timbracartellino, ed è pericoloso schiacciarli troppo presto su binari iper-specialistici.
Tutto questo ci porta al cuore del problema, la vera contraddizione che la politica evita sistematicamente di affrontare: chi dovrebbe attuare sul campo tutte queste riforme? La risposta è semplice: le persone, i docenti. Eppure, i meccanismi di reclutamento continuano ad essere basati su quiz a crocette, nozionismo e verifiche di competenze teoriche. Ma come si misura l’empatia in un concorso? Come si valuta la capacità di gestire una classe difficile, di mantenere la calma di fronte al conflitto o la passione nel trasmettere una materia?
La scuola non è una catena di montaggio in cui il risultato finale dipende dal rispetto rigido di una procedura. È una comunità viva. Un docente può superare un concorso con il massimo dei voti e risultare completamente incapace di comunicare o di ascoltare i propri studenti. Un altro può avere una metodologia meno sofisticata sulla carta, ma possedere la sensibilità umana necessaria per far appassionare allo studio un ragazzo che aveva deciso di arrendersi. La vera innovazione la fa l’insegnante che fa una telefonata a casa fuori orario perché ha capito che una famiglia è in difficoltà, o l’adulto che ha l’umiltà di dire “ho sbagliato” davanti alla propria classe.
Forse dovremmo avere il coraggio di cambiare del tutto la nostra idea di innovazione scolastica. Innovare non significa aggiungere adempimenti, comprare licenze per nuove piattaforme o inventare slogan ad ogni settembre. Innovare significa mettere le scuole nelle condizioni di fare bene ciò che si sa già essere giusto: ridurre il numero di alunni per classe, stabilizzare il personale precario per garantire continuità didattica, adeguare le strutture e restituire dignità al lavoro educativo.
Le tante proposte lanciate periodicamente non servono a nulla se non si è in grado di rispondere a tre domande elementari: cosa cambia realmente nella quotidianità di un’aula, quale problema concreto si risolve e come se ne misurano gli effetti reali. Senza queste risposte, si continuerà solo a produrre la riforma della riforma. Alla fine, dietro ad ogni studente che non si perde, che ritrova la motivazione o che scopre la propria strada, non c’è mai un software o una circolare ministeriale; c’è sempre stato un adulto che ha creduto in lui prima ancora che lui riuscisse a farlo. E questa capacità non si compra con un finanziamento, non si certifica con un attestato e non si misura con un test. Si chiama empatia, responsabilità ed etica dell’educare.
Franco Calcagno






