Lettere al direttore

“L’immigrazione non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di politica!”

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Riceviamo e pubblichiamo


La reale o presunta riattivazione della struttura di Castello d’Annone ha riacceso, ancora una volta, la polemica politica sull’immigrazione. Coppo e Giaccone rivendicano la linea della sicurezza, i rimpatri e il contrasto all’irregolarità; dall’altra parte si denuncia il rischio di nuovi centri e di scelte calate dall’alto.

Il problema è che, così facendo, si continua a discutere di immigrazione come se fosse solo un’emergenza, o peggio un’arma da campagna elettorale. Non lo è. È un fenomeno strutturale, antico quanto l’umanità: le persone si muovono per guerre, fame, persecuzioni, povertà, lavoro, futuro. Quasi mai lo fanno a cuor leggero.

Pensare di fermare tutto con gli slogan è illusorio. L’Italia è un Paese che invecchia, fa sempre meno figli e ha bisogno di lavoro: nelle campagne, nell’assistenza familiare, nella cura degli anziani, delle persone con disabilità, dei bambini, nella logistica, nei servizi. Molti lavori che il nostro sistema non riesce più a coprire vengono già svolti da cittadini stranieri. Fingere il contrario è comodo, ma falso.

Il vero nodo è la gestione legale degli ingressi. La Bossi-Fini, approvata nel 2002, ha costruito un sistema spesso rigido e poco aderente alla realtà: in molti casi il datore di lavoro dovrebbe assumere una persona ancora all’estero, senza conoscerla davvero, attraverso procedure lente, quote insufficienti e meccanismi burocratici che scaricano il peso su famiglie, imprese, consulenti e patronati. I “click day” sono diventati una lotteria digitale: chi arriva prima entra, chi resta fuori aspetta l’anno successivo. Nel frattempo, però, il bisogno di assistenza, lavoro e cura non aspetta.

L’irregolarità nasce anche da qui: da canali legali insufficienti, da permessi che scadono mentre le pratiche restano bloccate, da lavori persi e da rinnovi complicati. Non è vero che ogni straniero irregolare sia un criminale; è vero, semmai, che una persona senza documenti, senza casa regolare, senza contratto e senza prospettive diventa molto più esposta allo sfruttamento, al lavoro nero e, nei casi peggiori, alla criminalità organizzata.

Per questo la domanda seria non è se essere “buoni” o “cattivi” con i migranti. La domanda seria è: vogliamo governare il fenomeno o usarlo per spaventare i cittadini?

Servono regole, controlli, identificazioni rapide, rimpatri quando previsti dalla legge, ma anche canali reali di ingresso, lavoro regolare, percorsi di lingua, formazione, responsabilità e convivenza. Sicurezza e umanità non sono alternative: una politica seria dovrebbe tenerle insieme.

La vera sfida, però, non si chiama solo inclusione. Inclusione significa spesso “ti faccio spazio nel mio mondo”. È già qualcosa, ma non basta. La parola più forte è interazione: vivere insieme, conoscersi, rispettarsi, contaminarsi, costruire relazioni quotidiane.

Le scuole, da questo punto di vista, sono spesso più avanti della politica. Nelle classi siedono bambini e ragazzi di ogni origine, colore, lingua e storia familiare. Studiano insieme, litigano insieme, giocano insieme, crescono insieme. Non stanno facendo teoria sull’integrazione: la stanno già praticando.

È da lì che bisognerebbe ripartire: meno propaganda, meno paura, più realtà. Perché il futuro non sarà monocromatico. Sarà plurale. La differenza la farà il modo in cui sceglieremo di governarlo.

Asti, 5 luglio 2026
Marco Castaldo

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