Donne nell’automotive: protagoniste come clienti, minoranza tra chi ci lavora
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Negli ultimi anni l’industria dell’auto ha messo a fuoco una clientela che a lungo aveva trascurato. Nel 2024 il 41,7% delle immatricolazioni di vetture nuove ha avuto come intestataria una donna, in crescita sull’anno prima, mentre nell’usato la quota femminile si è attestata intorno al 39%. A fine anno oltre quattro auto private su dieci risultavano guidate da automobiliste. Cataloghi, allestimenti e campagne pubblicitarie hanno cominciato a tenerne conto: dal lato di chi compra, il mercato si è avvicinato alla parità.
Basta spostare lo sguardo dietro le quinte per trovare il quadro capovolto. Secondo la stessa analisi UNRAE, tra gli operatori del settore automotive le donne sono appena il 19% della forza lavoro. Le stesse persone che acquistano quasi metà delle auto restano una presenza ridotta tra chi quelle auto le progetta, le assembla, le ripara e le vende.
Più ci si avvicina alla produzione, meno donne si incontrano
Il divario si dilata scendendo lungo la filiera, fin dentro i capannoni della meccanica e della componentistica. Il secondo report della Fim-Cisl sui bilanci di parità, che ha esaminato 912 aziende metalmeccaniche nel biennio 2022-2023, descrive un comparto maschile al 79,4%.
La quota femminile, poi, si concentra lontano dalle linee. Le donne costituiscono 29,5% degli impiegati e scendono al 13% tra la forza operaia, la percentuale più bassa di tutte le categorie professionali. Dove si entra davvero in produzione, le tute blu al femminile quasi scompaiono.
Le ragioni vengono da lontano. Le officine e le fabbriche metalmeccaniche si sono costruite per generazioni come luoghi maschili, i percorsi tecnici e gli istituti professionali continuano a essere scelti in larga maggioranza da ragazzi, e l’organizzazione su turni resta difficile da conciliare con carichi di cura che gravano ancora soprattutto sulle donne. Il risultato è una filiera che assume al femminile più negli uffici e molto meno nei reparti, dove le candidature in ingresso sono storicamente poche e la formazione tecnica fatica a invertire la tendenza.
Un problema che il settore non può ignorare
Per le aziende del comparto la questione tocca anche i conti, oltre i principi. L’automotive e la meccanica convivono da tempo con la difficoltà di reperire competenze tecniche, e restare tagliati fuori da metà della popolazione attiva restringe il bacino di reclutamento proprio mentre i profili qualificati scarseggiano e l’età media in fabbrica si alza.
È inoltre appena scattato un obbligo normativo. La direttiva europea sulla trasparenza retributiva è stata recepita in Italia con il D.Lgs. 96/2026, in vigore dal 7 giugno 2026: impone alle imprese con almeno 100 dipendenti di rendere conto dei divari retributivi interni e di motivare le differenze, con le prime comunicazioni dal 2027 per chi supera i 150 addetti, mentre gli obblighi di trasparenza in fase di assunzione valgono per tutti. Chi ha già lavorato sulla composizione e sull’inquadramento del personale arriva preparato; gli altri si trovano gli squilibri sotto esame.
Dove il dato esce dalla media
Qualche impresa, però, smentisce la media di settore. A Feletto, nel Canavese, un’azienda operante nel metalmeccanico attiva dal 1929 e oggi alla quarta generazione familiare conta il 28% di donne: ben sopra la quota femminile complessiva del comparto, poco meno del 20% secondo la Fim-Cisl. È Zeca, che a fine 2025 si è certificata secondo la UNI/PdR 125 per la parità di genere, la prassi che verifica indicatore per indicatore gli equilibri tra uomini e donne in carriere, retribuzioni e conciliazione.
Il numero, dichiarato dall’azienda, pesa proprio per il contesto in cui matura. In un comparto dove la presenza femminile parte bassa e si assottiglia man mano che ci si avvicina alle linee, un organico con quasi un terzo di donne segnala che il settore, volendo, può muoversi.
La distanza da colmare
Tra chi compra le automobili e chi le costruisce c’è lo stesso settore osservato da due lati: affollato di clienti donne davanti alla vetrina, quasi privo di operaie nei reparti alle sue spalle. È uno squilibrio che nessuna campagna pubblicitaria può sanare, perché nasce prima, nel momento in cui un’azienda sceglie chi assumere sulla linea e chi far crescere.
La direttiva europea sulla trasparenza retributiva, ora in vigore, costringe le imprese a guardare in faccia i propri divari. Aiuterà. Ma il cambiamento vero passa da una decisione più silenziosa, ripetuta una candidatura alla volta. E si misura su una domanda elementare: di tutte le donne che oggi comprano un’automobile, quante, l’anno prossimo, contribuiranno a costruirne una?
Foto di Mircea Iancu da Pixabay




