Metal detector nelle scuole, Franco Calcagno (Artom Asti): “Soluzione rassicurante solo in apparenza”
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Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni del dirigente scolastico dell’Istituto Artom di Asti, Franco Calcagno
Il chiarimento terminologico tra safety e security è il punto di partenza corretto per evitare equivoci, semplificazioni e – soprattutto – risposte inefficaci.
Confondere i due piani porta infatti a scaricare sulla scuola e sul sistema prevenzionistico compiti che non le competono, oppure a immaginare soluzioni tecnologiche che rispondono più all’emotività del momento che a una reale analisi dei problemi.
Safety e security: ambiti distinti, responsabilità diverse
La safety riguarda la prevenzione dei rischi accidentali, non intenzionali, ed è il cuore della tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. In ambito scolastico questo significa gestione dei rischi strutturali, organizzativi, laboratoriali, ergonomici, emergenziali: è il terreno normativo e operativo del D.Lgs. 81/08, del RSPP, del Datore di Lavoro, della formazione e dell’informazione.
La security, al contrario, riguarda la protezione da atti intenzionali, dolosi o violenti. È un ambito che afferisce all’ordine pubblico e alla prevenzione dei reati, con competenze che spettano allo Stato attraverso le forze di polizia. L’evento drammatico di La Spezia rientra pienamente in questo secondo ambito: non è un “fallimento della safety scolastica”, ma un episodio di violenza intenzionale che interpella la società nel suo complesso.
La proposta di installare metal detector nelle scuole è emblematica di una reazione simbolica, rassicurante solo in apparenza. Come opportunamente chiarito dalla direttiva congiunta del 28 gennaio dei Ministeri dell’Interno e dell’Istruzione e del Merito, l’uso di tali strumenti può avere senso solo in situazioni eccezionali, mirate, valutate caso per caso, sotto la responsabilità delle autorità di pubblica sicurezza.
Pensare a una scuola “blindata” come soluzione generalizzata significa:
• spostare il focus dalla prevenzione educativa al controllo repressivo;
• trasformare un luogo di crescita in uno spazio percepito come pericoloso;
• attribuire impropriamente al personale scolastico funzioni di security che non gli competono né giuridicamente né professionalmente.
Se è vero che la domanda è la sicurezza, nella scuola la risposta non può che essere l’educazione. Educazione non intesa in senso astratto o retorico, ma come costruzione quotidiana di conoscenza, coscienza civica e responsabilità.
Educare alla sicurezza significa:
• sviluppare la capacità di riconoscere il conflitto prima che degeneri in violenza;
• promuovere il rispetto delle regole come strumento di convivenza, non come imposizione esterna;
• lavorare sulle competenze emotive, relazionali e sociali (ascolto, empatia, gestione della rabbia, mediazione);
• rafforzare il senso di appartenenza alla comunità scolastica.
Qui safety e security si incontrano: non sul piano delle competenze istituzionali, ma su quello dei comportamenti. Una comunità scolastica consapevole, coesa e attenta riduce sia i rischi accidentali sia quelli intenzionali.
La scuola come hub sicuro, ma fragile
La scuola è un hub fondamentale: luogo di apprendimento, di socializzazione, di costruzione dell’identità. Proprio per questo è anche un sistema fragile, attraversato da tensioni sociali, disagio giovanile, solitudini, fragilità familiari. Pretendere che la scuola sia “a rischio zero” è illusorio; riconoscere la sua fragilità è invece il primo passo per proteggerla davvero.
Rendere la scuola più sicura non significa solo aggiungere barriere fisiche, ma:
• rafforzare le reti educative (docenti, famiglie, servizi sociali, territorio);
• investire in figure di supporto (psicologi scolastici, educatori, mediatori);
• valorizzare la partecipazione attiva degli studenti come soggetti responsabili, non solo come destinatari di regole.
Il giusto rapporto tra sicurezza e educazione alla sicurezza sta nell’equilibrio:
• la security deve intervenire quando serve, in modo mirato e professionale;
• la scuola deve continuare a fare ciò che le è proprio: formare cittadini consapevoli, capaci di comportamenti positivi e non violenti.
In questo senso, la vera prevenzione non passa dal metal detector, ma dalla costruzione di una cultura della legalità, del rispetto e della responsabilità condivisa. Una cultura che non elimina il rischio – perché il rischio zero non esiste – ma riduce la probabilità che il disagio si trasformi in violenza. E questo, nel lungo periodo, è il più potente strumento di sicurezza che la scuola possa offrire alla società






