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Le Rubriche di ATNews - ATnewsKids

Infermieri, storie astigiane di un lavoro speciale: “L’intensa esperienza in Rianimazione ai tempi del Covid”

Dopo Erika, Veronica ed Enrico ATnewsKids, nel suo approfondimento dedicato alla professione infermieristica, incontra Silvia Bonello, infermiera presso l’ospedale Cardinal Massaia di Asti, nel reparto di Rianimazione.

Come per i suoi colleghi la passione per il suo lavoro è il motore che le fa affrontare le difficoltà che si possono incontrare quotidianamente.

Perché hai scelto questo lavoro?
Non ricordo come e quando mi è venuta la consapevolezza che avrei fatto l’infermiera: da che mi ricordi non ho mai pensato di fare un altro lavoro.

In cosa consiste il tuo lavoro?
Non è solo, come spesso si crede, fare punture e dare pastiglie, ma si tratta di un’assistenza strettamente legata a soddisfare i bisogni legati alla persona, un’assistenza spesso fatta di colpo d’occhio e sensazioni sviluppate solo grazie a conoscenze acquisite sui libri e all’esperienza di anni di lavoro. Nel nostro campo non sempre 2+2 fa 4.

Ci sono aspetti negativi?
In Italia la figura dell’infermiere è poco riconosciuta, molti pensano che non serva neppure una laurea, tanto deve solo fare quello che dice il medico. L’assistenza infermieristica in realtà è completamente autonoma, comprende certo anche la somministrazione di farmaci prescritti dal medico, ma spesso le decisioni riguardanti l’assistenza al paziente sono frutto di scelte condivise tra diverse figure professionali.

Hai prestato servizio in Rianimazione, durante la pandemia: come è stata la tua esperienza?
È stata intensa ma non per la quantità di lavoro, cosa per noi normale anche senza Covid, ma per la sensazione di ignoto che aleggiava. Un paziente con difficoltà a livello polmonare-respiratorio non è una novità per noi, la difficoltà era gestirne tanti tutti insieme ostacolati dai dispositivi di protezione individuale – tuta, visiera, doppi guanti – che ti portavano ad avere meno sensibilità al tatto, vista annebbiata e un caldo tremendo. A questo si aggiungeva la paura di infettarci o, peggio ancora, il pensiero di infettare qualcuno dei nostri familiari. Siamo umani anche noi.