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Dalla siccità alle gelate: come il cambiamento climatico influisce sull’apicoltura nell’Astigiano

Quale futuro per gli apicoltori astigiani?

Le gelate di inizio aprile in Piemonte hanno causato ingenti danni non solo all’agricoltura, ma anche all’apicoltura. Ad essere colpite soprattutto le piante di Robinia pseudoacacia (Acacia), la quale contribuisce in modo considerevole alla realizzazione del reddito delle aziende apistiche con la produzione del miele di acacia.

Uno dei territori maggiormente colpito dalle gelate è stato l’Astigiano (picco negativo di -5°C con temperature sotto zero che si sono protratte anche per oltre 10 ore) ma questo episodio è solo l’ultimo di una serie di condizioni climatiche che negli ultimi anni hanno interessato la nostra provincia, come spiega Ulderica Grassone di Aspromiele.

“Ormai non è più una novità. Fare l’apicoltore oggigiorno è difficile. Sicuramente più difficile che in passato. Gli apicoltori più anziani non ricordano eventi meteorologici come questi ultimi e stiamo assistendo alla morte di intere famiglie di api per fame, in quello che dovrebbe essere il periodo di maggiore produttività”.

Nella prima parte della primavera con le fioriture le famiglie si sono sviluppate e le api degi alveari sono aumentate. Nel momento di massima esplosione e di maggior numero di bocche da sfamare le temperature si sono abbassate bruscamente provocando danni alle fioriture e ostacolando la fuoriuscita delle api dagli alveari. Se le api non raccolgono nettare, le scorte finiscono in fretta e alla fine muoiono. A farne le spese soprattutto le famiglie più belle, quelle più numerose.

“Per gli apicoltori è un pugno nello stomaco – continua Grassone – Le temperature attuali non sono propizie per un raccolto. Nel fondovalle le piante di acacia sono ridotte a scheletri, in collina ci sono le fioriture, ma potrebbe essere una foritura estetica, con poco nettare e infatti si nota pochissima attività di api intorno ai grappoli di fiori. Questo perché le fioriture dipendono dalle condizioni atmosferiche pregresse: la selezione delle gemme floreali avviene già nell’estate precedente”.

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Pianta di acacia danneggiata dal gelo – Fonte: Aspromiele

Estati che sono sempre più siccitose, che si alternano ad autunni che passano da scarse precipitazioni ad eventi alluvionali, primavere con temperature alte troppo precoci che poi calano bruscamente. Gli apicoltori hanno un doppio riscontro di questi cambiamenti di clima e quindi anche doppia perdita. “Il cambiamento non influisce solamente sul prodotto, il miele, ma sulle api stesse che rischiano letteralmente la vita e che sono da nutrire artificialmente con soluzioni zuccherine per mantenerle in vita”.

Sono circa dieci anni che si stanno registrando mutamenti a livello climatico, tali da influire sull’intero settore apistico.  “L’Astigiano ha patito più di altri territori. Dal 2011 i si è cominciato a notare una parabola discendente e i primi segnali di crisi per una sommatoria di aspetti che vanno dalla siccità alle correnti d’aria – entra nel dettaglio Grassone – Un tempo non c’era vento nella provincia astigiana, ora è un elemento costante che non aiuta il lavoro delle api. Inoltre, sommato alle poche precipitazioni, prosciuga la poca umidità esistente”.

Un altro aspetto è il mutamento a livello paesaggistico e l’aumento delle monocolture (come i noccioleti), che hanno bisogno di trattamenti fitosanitari e che si sviluppano dove prima c’erano boschi o prati.

Fino a tre anni fa c’era inoltre, nel periodo estivo il raccolto di melata, una secrezione zuccherina emessa da alcuni insetti che si nutrono della linfa delle piante, utilizzata dalle api per la produzione del miele. La fonte primaria era la metcalfa, insetto che, dannoso specialmente per alcune piante come la vite, è stato debellato ed è sparito.

Il futuro del settore apistico

Ad essere maggiormente colpite sono le grandi aziende e l’apicoltura stanziale. “A parte piccoli areali fortunati è impensabile per le aziende fare apicoltura stanziale con apiari fermi in un unico luogo. Bisogna diventare nomadi e spostare gli alveari dove ci sono le fioriture. Molte aziende storiche stanziali si sono riconvertite al nomadismo” fa il punto Grassone per cui la parola d’ordine per il futuro è differenziazione.

“Le aziende si differenzieranno. Non produrranno esclusivamente miele, ma affiancheranno questa attività ad altre come la didattica per le scuole o la ristorazione. Diminuirà la vendita all’ingrosso per una al dettaglio incentrata sul rapporto più stretto con il consumatore. Il prodotto miele sarà rivalutato, cambierà la commercializzazione e non necessariamente in chiave peggiorativa. Bisognerà trovare strade di valorizzazione che passeranno magari anche per l’e-commerce. Siamo in una fase di transizione, serve un cambio di marcia per adeguarci alla realtà che stiamo vivendo”. conclude Grassone