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Recovery plan, le proposte di Legambiente per un’Italia sostenibile: “In Piemonte ripristinare le linee ferroviarie sospese”

Giorgio Prino, in Piemonte: "Riattivazione linee fs sospese, completare la linea 1 della Metropolitana Torinese, bonifica da eternit e riqualificazione fluviale"

Un’Italia più verde, più vivibile, innovativa e inclusiva. Così potrà diventare la Penisola da qui al 2030 se saprà utilizzare al meglio le opportunità e le risorse che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia con il Next Generation EU (NGEU).

Di ciò ne è convinta Legambiente che, nel giorno in cui viene audita in Parlamento in Commissione Ambiente della Camera dei deputati, presenta il suo  “Piano nazionale di Ripresa e Resilienza”, frutto di un lungo dialogo durato 5 mesi con istituzioni, imprese, associazioni, sindacati, e di una scrittura collettiva e condivisa. Il documento in questione proietta verso l’Italia del 2030 e indica, per le 6 missioni indicate dall’Europa, 23 priorità di intervento, 63 progetti territoriali da realizzare – tra rinnovabili, mobilità sostenibile, economia circolare, adattamento climatico e riduzione del rischio idrogeologico, ciclo delle acque, bonifiche dei siti inquinati, innovazione produttiva, rigenerazione urbana, superamento del digital divide, infrastrutture verdi, turismo, natura e cultura – insieme a 5 riforme trasversali necessarie per accelerare la transizione ecologica del Paese per renderlo più moderno e sostenibile, dando il via ad una nuova stagione della partecipazione e della condivisione territoriale. Il faro che ha guidato Legambiente nella redazione del suo Recovery Plan è la lotta alla crisi climatica che riguarda trasversalmente le 23 priorità nazionali di intervento. Nel documento, inoltre, l’associazione ambientalista descrive, regione per regione, quelle che a suo avviso sono le opere da realizzare e quelle da evitare, indicando in maniera chiara come spendere i quasi 69 miliardi di euro destinati per la “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e i 32 miliardi destinati alle “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”.

Progetti da finanziare secondo Legambiente

Tra i progetti da finanziare, Legambiente indica, ad esempio, oltre all’Alta Velocità nel centro Sud, le reti ferroviarie di Sicilia, Calabria, Basilicata, Molise, Campania, Sardegna, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Veneto e Lombardia; l’elettrificazione dei porti; l’idrovia Padova Venezia; la chiusura dell’anello ferroviario di Roma; gli interventi per ridurre gli impatti ambientali nelle acciaierie (l’ex Ilva di Taranto e l’impianto di Cogne ad Aosta), la riconversione del distretto dell’Oil&Gas di Ravenna (puntando sulla nuova filiera dell’eolico e del fotovoltaico offshore e della dismissione delle piattaforme non più operative), la riconversione delle centrali a carbone ancora attive e i progetti sull’agroecologia in Puglia, Umbria, Emilia Romagna e Trentino. Senza dimenticare la realizzazione di digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica differenziata, con produzione di biometano e compost di qualità, in ogni provincia in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Abruzzo, Marche, e Liguria e quelli per trattare gli scarti agricoli, i reflui zootecnici e i fanghi di depurazione. E poi le delocalizzazioni degli edifici a rischio idrogeologico in Calabria, Sardegna e Umbria; la decarbonizzazione delle isole minori in Sicilia; la digitalizzazione nelle aree interne e una nuova fruibilità turistica delle aree montane come nelle Marche, dove an­drebbero finanziate le connessioni ciclopedonali, che mancano, tra Appennino e costa adriatica; la riqualificazione dell’edilizia popolare (messa in sicurezza ed efficientamento energetico) e degli istituti scolastici in Campania; il progetto integrato sulla “città adriatica” nelle Marche, la rigenerazione socio-economica delle quattro regioni del centro Italia colpite dal sisma. Tra i progetti da evitare e che l’associazione ambientalista boccia c’è, ad esempio, l’impianto di cattura e stoccaggio di CO2 proposto da Eni a Ravenna, il ponte sullo stretto di Messina, quelli legati alla produzione di idrogeno da fonti fossili, i nuovi invasi, gli impianti TMB di trattamento meccanico biologico dei rifiuti, gli impianti di innevamento artificiale e di risalita al di sotto dei 1.800 m.s.l.m., gli incentivi legati all’acquisto dei veicoli a combustione interna.

“Negli ultimi mesi – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – il percorso di definizione del PNRR da parte del governo italiano è stato a dir poco confuso e, soprattutto, per nulla partecipato. Per dirla con una battuta auspicavamo un “PNRR partecipato” e ci siamo trovati un “PNRR delle partecipate”, come poi è emerso dalle bozze circolanti con i progetti proposti da Eni. Il nostro auspicio è che, una volta superata la crisi governativa in corso, l’Esecutivo abbia il coraggio di cambiare registro e passo pensando ad un Recovery Plan diverso, modificandolo e mettendo al centro la crisi climatica, anche prendendo spunto dal nostro documento. Questi interventi devono essere accompagnati da un profondo pacchetto di riforme per accelerare la transizione ecologica: servono più semplificazioni, controlli pubblici migliori, un’organizzazione burocratica aggiornata professionalmente e all’altezza della sfida, una maggiore partecipazione con una nuova legge sul dibattito pubblico che riguardi tutte le opere per la transizione verde, per coinvolgere i territori e ridurre le contestazioni locali. Solo così – conclude Ciafani – si darà concretezza al nome scelto per il PNRR: Next Gene­ration Italia, con un forte richiamo agli impegni che si assumono per le prossime generazioni. Ma perché alle intenzioni dichiarate corrispondano i fatti è necessaria quella volontà politica che non abbiamo visto finora. È il momento di mostrarla”.

Il “Piano nazionale di Ripresa e Resilienza” – PNRR-  in Piemonte e Valle d’Aosta 

“La genesi del PNRR nazionale e la pressoché totale assenza di condivisione e partecipazione ci preoccupa e non poco – dichiara Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Il rischio di vedere il nostro Paese perpetuare errori già commessi in passato ed investire su opere che di sostenibile e futuribile hanno poco o niente ci lascia atterriti. Per quello che riguarda il nostro territorio ci sono opere che non possono fare parte del pacchetto Europeo. A partire dalla linea Torino-Lione, che oltre ai noti ritardi e alle problematiche endemiche al progetto, indicate chiaramente dalla Corte dei Conti Europea relazione speciale 10/2020, produrrà (e già produce) una quantità di gas climalteranti per compensati in non meno di 25 anni di attività a pieno regime (calcolata secondo le stime dei promotori, definite dalla ECA quantomeno “ottimistiche”). Si arriverebbe nella migliore delle ipotesi al 2055, fuori perimetro rispetto a tutte le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici previste nel Green Deal europeo: ricordiamo che nel 2050 dovremo aver azzerato tutte le emissioni di CO2 dell’Unione Europea. Allo stesso modo non si può pensare di incentivare stazioni sciistiche sotto i 1800 metri di quota, impianti di risalita e collegamenti funiviari intervallivi: non possono più essere sperperati fondi pubblici inseguendo il miraggio di improbabili flussi turistici che non crescono da anni, mentre è necessario spendere fondi ed energie per la promozione e sviluppo delle nuove forme di offerta turistica sostenibile. Infine non si finanzino impianti idroelettrici non rispettosi della direttiva delle acque: lo stato di salute dei nostri fiumi e laghi è già fortemente a rischio”.

Ad ogni NO Legambiente porta avanti proposte costruttive, prima tra tutte la riattivazione delle linee ferroviarie sospese nel corso degli ultimi 10 anni (Alessandria-Nizza-Alba, Asti-Alba, Asti-Casale-Mortara, Asti-Chivasso [nella foto], Casale-Vercelli, Cuneo-Mondovì, Pinerolo-Torre Pellice, Santhià-Arona).

“Sono necessari in totale circa 162 milioni di euro: il trasporto pendolare su ferro deve essere prioritario e il traffico merci su ferro fortemente incentivato – afferma Prino – Si completi la Linea 1 della Metropolitana Torinese e si realizzi rapidamente la Linea 2, a tutto vantaggio di una mobilità cittadina basata sul TPL, che va rinforzato. Si concluda l’opera di bonifica da eternit: secondo il Piano Regionale Amianto, nel solo Piemonte sono presenti coperture in amianto (Eternit) civili e industriali, pubbliche e private per un totale valutabile tra i 50 ed i 70 milioni di metri quadrati. La rimozione di tali coper­ture, il loro smaltimento, la realizzazione di nuove coperture coibentate e l’installazione di pannelli fotovoltaici in scambio sul posto, con una stima prudenziale di produzione di ener­gia elettrica di più di un miliardo di kWh/anno, potrebbe soddisfare i bisogni di 370.000 fa­miglie, mediamente 1,2 milioni di persone, più di un quarto della popolazione complessiva della Regione Piemonte. Si proceda ad una riqualificazione fluviale e ad una gestione territoriale ambientalmente corretta: tutela delle portate idriche, ricostituzione della continuità fluviale, salvaguardia delle popolazioni ittiche autoctone, riqualificazione degli alvei per l’assorbimento dei picchi di piena, gestione della vegetazione con funzione di miglioramento degli habitat e concorso alla mitigazione del rischio idrogeologico”.

“La scelta dei progetti da finanziare con il PNRR – conclude Prino – può rappresentare un punto di svolta fondamentale per il nostro Paese: ripartire con forza verso un futuro sostenibile ambientalmente e socialmente o ricadere negli errori del passato, dando la precedenza ad interessi particolari rispetto al bene pubblico. La Regione Piemonte ha inviato al Governo 115 progetti per una richiesta totale di oltre 13 miliardi di euro. Ci spiace veramente molto constatare come non sia noto quali linee guida siano state seguite, quali organizzazioni siano state coinvolte nell’analisi, come sia avvenuta la scelta dei progetti inviati né sia stata data informazione neanche sui siti web pubblici”.

Critiche al PNRR predisposto dal Governo 

Per Legambiente gli anni fino al 2030 saranno cruciali per fronteggiare l’emergen­za climatica: per questo non deve essere sprecata la grande opportunità del PNRR per diventare un paese moderno, per liberarsi da zavorre, emergenze ambientali croniche, progetti e inadem­pienze che provocano procedure d’infrazione da parte dell’Europa, e soprattutto per superare lo shock causato dalla pandemia. Ad oggi, per l’associazione ambientalista, il PNRR predisposto dal Governo, non ha ancora imboccato con determinazione questa strada.  “Si tratta di un piano privo di una bussola, dove la grande assente tra le priorità trasversali è proprio la crisi climatica (che andrebbe affiancata a parità di genere, sud e giovani) e dove manca la messa a punto di obiettivi, strumenti e interventi dettagliati, coerenti e integrati tra loro, tale da delineare la visione del Green Deal Italiano e le tappe della transizione per tradurlo in realtà”. Nel Piano governativo arrivato in Parlamento il 15 gennaio 2021, non compare più infatti l’allegato con le schede progetto circolato il 29 dicembre scorso e questo non rende possibile un’analisi approfondita e puntuale. Ma una descrizione più generale di quello che si vuole finanziare c’è ed è sufficiente per valutare gli errori del Piano. Solo per fare un esempio nel PNRR proposto dal Governo alle opere ferroviarie per la connessione veloce vanno quasi 27 miliardi di euro (la fa da padro­na l’Alta velocità e la velocizzazione della rete con poco meno di 15 miliardi di euro) e 18,5 all’efficientamento termico e sismico dell’edilizia residenziale privata e pubblica. Sono di gran lunga più contenute le risorse destinate a produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili (9); al trasporto locale e alle ciclovie (7,5) a cui andrebbero destinate più risorse, all’economia circolare (4,5 miliardi di euro), che pure vede l’Italia come paese leader in Europa, il rischio idrogeologico (3,6), che interes­sa il 91,1% dei Comuni, l’agricoltura (2,5), motore indispensabile del “made in Italy” agroalimentare.

Riforme necessarie

La storia dell’Italia ricorda che non bastano i finanziamenti europei per realizzare le opere pubbliche necessarie, ma servono anche delle riforme in parallelo. È necessario organizzarsi velocemente e in modo diverso, per garantire qualità dei progetti, velocità della spesa e certezza del rispetto delle regole. Per questo l’associazione ambientalista indica nella sua proposta di PNRR le numerose riforme necessarie per ciascuna delle 23 priorità di intervento individuate, a cui se ne affiancano altre 5 trasversali, da mettere in campo per accelerare la transizione ecologica: 1) Velocizzare l’iter autorizzativo con le semplificazioni all’iter di approvazione dei progetti, 2) Combattere la concorrenza sleale con il miglioramento qualitativo dei controlli ambientali attraverso il potenziamento del Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente, 3) Istituire una governance efficace con una Struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sul modello di quanto già fatto, con risultati incoraggianti, sul rischio idrogeologico e sull’edilizia scolastica; 4) Aumentare le competenze della pubblica amministrazione con un vasto programma di formazione e aggiornamento professionale; 5) Ridurre i conflitti territoriali con una nuova legge sul dibattito pubblico per la condivisione e la partecipazione di cittadini e istituzioni locali che potenzi quanto già previsto da Codice degli appalti e Valutazione di impatto ambientale.

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