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I servizi per le donne al tempo del Covid-19: dentro ai Consorzio socio-assistenziali

Cinque domande e cinque risposte per un aiuto immediato con sos-donna.it

Nei tempi bui del lockdown, e anche dopo, hanno sempre agito in stretta collaborazione, confrontandosi sugli interventi da adottare per sostenere l’utenza: il dialogo è uno dei punti forza dei tre Consorzi socio-assistenziali del territorio (Cisa Asti Sud, Comune di Asti, Cogesa).

Tra le funzioni degli enti gestori c’è anche la tutela di donne e minori vittime di violenza domestica: hanno già ripreso a funzionare gli spazi neutri, luoghi protetti finalizzati a favorire la relazione figlio/genitore sorvegliato.

Con questa intervista si conclude, dopo due mesi, il viaggio di SOS donna dentro ai servizi per le donne al tempo del Covid-19. Le otto conversazioni, curate da Laura Nosenzo, sono pubblicate sul sito sos-donna.it, ideato dall’Associazione culturale Agar e sostenuto, tra gli altri, da Consiglio regionale (attraverso la Consulta delle Elette), Cisa e Cogesa, con la collaborazione del Comune capoluogo. Il progetto SOS donna proseguirà fino a marzo 2021, scadenza della seconda edizione, con altre iniziative anche innovative, come quella già in corso sulla corrispondenza on line (“Lettere allo psicologo”).

Intanto le sedi dei tre enti gestori hanno riaperto al pubblico: è necessario prenotare telefonicamente per prendere appuntamento. Cisa: via Gozzellini 56, Nizza Monferrato, tel. 0141.720400. Cogesa: via Baroncini 9, Asti, tel. 0141.591801. Segretariato sociale del Comune di Asti: via Natta 3, tel. 0141.399490. Negli stessi spazi del Segretariato è attivo lo Sportello Anna C. (telefonare al 348.2426119 ogni martedì dalle 15 alle 18) collegato al Centro antiviolenza L’Orecchio di Venere.

L’intervista agli enti gestori: Il nostro aiuto per donne e bambini

Occuparsi di utenti in condizioni di difficoltà e disagio, compresi i minori e le donne vittime di violenza, è il loro compito: i Consorzi socio-assistenziali (Comune di Asti, agisce nell’ambito del capoluogo; Cisa Asti Sud, 40 centri; Cogesa, 65 del Nord) lo hanno fatto anche in questi mesi di epidemia sanitaria, modulando i servizi nel rispetto delle restrizioni imposte dal lockdown e delle disposizioni che hanno segnato la ripresa. Proprio di recente la Regione Piemonte ha emanato le linee guida per la riapertura in sicurezza di case rifugio e centri per minori.
Questa è un’intervista a tre voci con i direttori Maura Robba (Cogesa), Giuseppe Occhiogrosso (Cisa) e il dirigente del Comune di Asti Roberto Giolito (Politiche sociali).

Durante l’epidemia sanitaria avete ricevuto richieste di aiuto da parte di donne o minori vittime di violenza?

Giolito: Da gennaio a oggi abbiamo registrato dodici casi, di cui dieci mai trattati prima, pervenuti attraverso lo Sportello Anna C. e altri canali. Tre donne, una con figli, sono state messe in protezione. Guardando i dati, la situazione è in linea con quella di un anno fa.
Occhiogrosso: Qui da noi nessuna richiesta.
Robba: Tre casi nel lockdown, due donne e un minore, mentre la ripresa ha portato a un forte incremento di segnalazioni (almeno una decina), con richieste di approfondimento da parte delle forze dell’ordine impegnate nelle indagini.

Che cosa pensate del pronunciamento della magistratura di Trento secondo cui non dovrebbe essere la donna vittima di violenza domestica, spesso con figli piccoli, a lasciare la casa in cui vive, ma l’uomo che la maltratta? Oggi, in mancanza dell’arresto o dell’ammonimento del questore per allontanare dall’abitazione chi usa violenza, è la donna a dover pagare il prezzo più alto.

Robba: Finalmente qualcuno l’ha detto! Nella città in cui ho lavorato precedentemente ad Asti ho seguito da vicino situazioni in cui donne (anche straniere) e bambini si sono ritrovati su un marciapiede, la sera, senza sapere dove andare. Se di notte sul marciapiede resta l’uomo che maltratta mi preoccupo di meno.
Occhiogrosso: Assolutamente d’accordo. Per l’uomo violento questa misura potrebbe funzionare anche come deterrente.
Vorrei però proporre questa riflessione. Anche nella nostra realtà i maltrattamenti domestici spesso riguardano persone di ceto sociale elevato. Al Cisa, come a un qualunque altro ente gestore, l’ospitalità di un minore, o di una donna, in comunità protetta costa mediamente 100 euro al giorno. Se è una mamma con due bambini si arriva anche a 3 mila euro al mese. Se hanno possibilità economiche, sarebbe giusto che, su disposizione del magistrato, l’uomo maltrattante o la famiglia che non si cura del figlio si facessero carico della spesa sostenuta dal Cisa per l’accoglienza in comunità. Quello che i consorzi socio-assistenziali risparmierebbero sarebbero cifre importanti, da investire per altri servizi.
Giolito: Anch’io condivido l’idea di allontanare l’uomo dall’abitazione. Va però valutata la sua pericolosità per non mettere a rischio l’incolumità della donna. Da questo punto di vista le case rifugio offrono il vantaggio di “nascondere” le vittime, renderle invisibili per proteggerle meglio.

I consorzi socio-assistenziali gestiscono gli spazi neutri, luoghi protetti che favoriscono la relazione tra il minore, che ha subito violenza in casa o ne è stato testimone, e il genitore sorvegliato. Gli incontri, che coinvolgono anche bambini e adolescenti con altre problematiche, avvengono alla presenza dell’educatore professionale e su disposizione del magistrato. Come siete riusciti a garantire il servizio in questi mesi di emergenza sanitaria?

Occhiogrosso: Usufruendo dei fondi di un bando regionale, abbiamo acquistato i tablet, consentendo così il dialogo a distanza. Ora sono ripresi gli incontri nella nostra sede, ma per questioni logistiche abbiamo dovuto diluire i tempi tra un appuntamento e l’altro (quindicinali anziché settimanali). Una decina i casi che stiamo gestendo in questo momento. Per evitare assembramenti, in questa fase dialoghiamo a distanza con gli utenti del Centro famiglia.
Giolito: Nel lockdown siamo ricorsi alle videochiamate, mentre da un mese abbiamo ricominciato con gli incontri in presenza: in spazi neutri prevalentemente all’aperto oppure, quando ciò non è possibile, in una stanza attrezzata di Palazzo Mandela. I casi che seguiamo sono molti, in agenda ci sono colloqui quasi tutti i giorni seguiti da un paio di operatori dedicati.
Robba: Anche noi con chiamate telefoniche e videochiamate nel lockdown, mentre dall’8 luglio abbiamo avviato gli incontri in presenza, in spazi preferibilmente all’aperto e utilizzando tutte le sedi a disposizione sul territorio (Asti, distretti di San Damiano e Villafranca) per evitare assembramenti. Per il Centro famiglia Passaparola di Villafranca stiamo riorganizzando le attività in vista della riapertura.

Nel lockdown avete attivato sportelli psicologici per supportare gli utenti più fragili, comprese le donne vittime di violenza?

Occhiogrosso: Non c’è stata necessità, non abbiamo ricevuto richieste di aiuto.
Robba: Sì, in alternativa alle attività svolte a sostegno delle famiglie, abbiamo avviato un servizio telefonico gratuito che manterremo in funzione sicuramente fino a settembre. Rispondiamo al 338.6940984 il martedì dalle 14 alle 16 e il venerdì dalle 9 alle 11.
Giolito: La nostra psicologa, che compone l’équipe sulla violenza domestica insieme all’assistente sociale e all’operatrice socio-sanitaria, è sempre stata a disposizione degli utenti con le videochiamate. La collaborazione con l’Associazione Mani Colorate e il Consultorio “F. Baggio” ha consentito il sostegno all’utenza attraverso gli sportelli di ascolto a cui si sono rivolte anche numerose donne bersaglio di partner violenti.

L’esperienza maturata durante l’epidemia da Covid-19 è servita a qualcosa per migliorare ancora di più il vostro modo di lavorare?

Giolito: Considero quello della videochiamata uno strumento utile, che ha facilitato il rapporto con l’utenza: sono favorevole a mantenerlo anche a emergenza terminata soprattutto per gestire situazioni non particolarmente critiche.
Occhiogrosso: Direi di no. Privilegiamo e privilegeremo sempre il contatto con gli utenti. Sicuramente faticando di più, ma con ottimi risultati. Per esempio, siamo orgogliosi per come, in questi mesi, abbiamo gestito l’emergenza sanitaria alla casa di riposo di Canelli. Misure di sicurezza rigorose e nessun caso di contagio. Non abbiamo guardato alla possibilità di guadagno, puntando ad acquisire nuovi ospiti, ma alla tutela della salute degli anziani e del personale.
Robba: L’uso delle tecnologie fa risparmiare un sacco di tempo per la parte amministrativa e di questo terremo conto anche per il futuro. Ma non ho visto alcun beneficio per la gestione dei servizi all’utenza che, invece, sono stati fortemente penalizzati.

[Nelle foto di apertura: Maura Robba, direttore del Cogesa, con Roberto Giolito, dirigente del Comune di Asti. Nelle foto che seguono: un volontario del servizio civile al Cisa; il Centro famiglia Passaparola di Villafranca (Cogesa); disegno nello spazio neutro Cisa a Nizza Monferrato]

progetto sos donna consorzi socio assistenziali
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