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Racconto di Pasqua: “La bambina che abbracciava gli alberi”

E’ un giorno di Pasqua diverso da tutti gli altri della nostra vita.
Anche oggi guarderemo passare le ore di sole dalle finestre delle nostre case, i più fortunati in giardini già toccati dalla primavera o in cortili coperti da spicchi di cielo in cui sono da poco spuntate le rondini.
In altri anni, in questo stesso giorno di Pasqua, accadevano cose ben diverse, uomini e donne si abbracciavano e c’era chi, bambina, abbracciava anche gli alberi, rinnovando il rito di un’antica tradizione contadina.

AT News prende in prestito un capitolo del libro “La casa sull’albero” di Laura Nosenzo in cui la giornalista e scrittrice astigiana raccoglie la testimonianza dell’amica Mariuccia Borio, affermata produttrice di vino dall’animo sensibile, e isola un momento particolare della sua infanzia trascorsa, come tutta la sua vita, nella campagna di Costigliole.
Con l’augurio di tornare presto ad abbracciarci, e a cingere anche gli alberi, con la solita irrinunciabile tenerezza.

La bambina che abbracciava gli alberi

Sono nata tra i rami di un salice. Quand’ero piccola e chiedevo come fossi venuta al mondo, mi rispondevano che era stato mio padre, mentre andava a funghi, a trovarmi sull’albero. Ci ho creduto fino alle elementari. C’era una vicina di casa che mi piaceva particolarmente, così le dicevo spesso: “Maria, se fossi passata tu vicino al salice, prima di papà, sarei venuta a casa tua!”.

Il ciliegio selvatico, invece, l’ho abbracciato per anni, fino alla scuola media: lo cingevo ed ero certa che quell’anno avrebbe fatto tante ciliegie. Questo, almeno, mi raccontava mia zia Vigina (Luigia) e la domenica di Pasqua ricordava a me e ai miei cuginetti la legge della tradizione contadina: se abbracci gli alberi nel momento in cui le campane, dopo un silenzio iniziato il venerdì precedente, tornano a suonare a festa, allora daranno più frutti.

Io il ciliegio selvatico l’ho incontrato – potevo avere 5 o 6 anni – quasi senza volerlo, faceva naturalmente parte della mia vita, come tutto il resto. Viveva nel cortile di casa, era l’albero che mi stava più simpatico perché faceva delle ciliegie piccole, ma buone. Ad abbracciarlo provavo una sensazione tenera, era come stringersi a una persona a cui vuoi bene: riuscivo a cingerlo da sola, se ci ripenso sento ancora la corteccia che mi graffia lievemente la pelle.

A distanza di anni e anni potrei disegnarlo, tanto lo ricordo.

Quando è stato abbattuto, nei primi anni Novanta, ci ho patito senza dirlo. Ho sentito come uno strappo, una ferita. In famiglia ho preferito il silenzio a parole che non avrebbero saputo spiegare fino in fondo la mia profondissima tristezza.

C’è qualcosa di profondo che lega l’uomo all’albero.

Tutto torna nella vita e, a distanza di tantissimi anni dalla storia di quella mia strana nascita, sto davvero facendo qualcosa per i salici: li aiuto a vivere, mentre tutt’intorno vanno lentamente scomparendo. Ma non quelli dei giardini e dei terreni vicini: sono una decina, li potiamo ogni anno. Vengono i contadini anziani a tagliare i rami più bassi, che poi utilizziamo per legare le viti, secondo una pratica ormai in declino (poi i nostri operai che lavorano nei vigneti fanno il resto). Così la pianta cresce meglio e, restando in piedi, può continuare a ospitare gli uccelli.
E io, a ben pensarci, salvo il mio nido.

Nella foto di Giulio Morra: Mariuccia Borio e un ciliegio in fiore in questi giorni di primavera