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Storia greca, vita contemporanea… Tucidide, la “peste” di Atene e il SARS-CoV-2 d’Italia

“Una lezione per tutti!”. Questo articolo costituisce la trasposizione, riassunta e in forma scritta, di un’audiolezione di storia trasmessa dal prof. Fabrizio Biglia agli studenti delle classi 1 L e M dell’ITIS “A. Artom”, sede di Canelli.


Quando, dopo i primi giorni di latenza, a fine febbraio il contagio da nuovo coronavirus in Italia ha cominciato a spargersi mietendo vittime, una scintilla mi avvampò la fiaccola della memoria: la peste di Atene. Si tratta di un morbo sconosciuto, genericamente definito “peste” (ma senza alcun legame precisato con quella del 1300 e del 1600), che falcidiò il mondo antico e anche Atene. Correva l’anno 430 a.C.; Atene, Sparta e i rispettivi alleati, come ricorderete, erano opposti nella sanguinosa guerra oggi nota come Guerra del Peloponneso. Nel II libro delle sue Storie, lo storico Tucidide, cittadino ateniese, perciò testimone oculare di quegli avvenimenti nonché sopravvissuto alla malattia (questo è quanto riferirò, dopo essere stato colpito io stesso dal morbo e aver visto io stesso altri soffrirne, 48, 3), descrive con minuzia scientifica pagine di crudo realismo, prive di qualunque filtro letterario, dalle quali tuttavia trasudano, ogni qual volta lo storico (osservatore esterno) lascia spazio all’uomo (coinvolto in prima persona), tutte le passioni di noi mortali. Poiché la descrizione è compilata da un cittadino ateniese sullo sfondo della sua città, il morbo è passato alla storia, appunto, come “peste di Atene”.

Dal confronto di alcuni passaggi salienti di quel resoconto con la situazione odierna, possiamo trarre considerazioni generali valide ancora oggi. Quelle su cui mi concentro qui, tuttavia, sono solo alcune di quelle che potrebbero nascere in ciascuno di noi. Innanzitutto, il focolaio del flagello si era acceso assai lontano da Atene, per poi diffondersi in tutto il mondo (certo, per Tucidide il mondo era molto più piccolo del nostro: del tutto assenti l’America, l’Oceania, l’Antartide; inoltre anche i continenti allora noti non lo erano del tutto, soprattutto l’Africa e l’Asia). Il morbo si era manifestato inizialmente, a quanto si dice, nella regione dell’Etiopia oltre l’Egitto, e poi era disceso in Egitto, in Libia e nella maggior parte dei territori del re di Persia (48, 1). Allo stesso modo anche il nuovo coronavirus, dalla Cina, in cui si è originato, ha raggiunto in breve tempo tutto il mondo (questa volta, considerato in ogni sua parte, non parzialmente; fig. 1).
Fig. 1 Mappa della diffusione globale del covid-19 (OMS, 23 marzo 2020)

Fig. 1 Mappa della diffusione globale del covid-19 (OMS, 23 marzo 2020)

Dall’Egitto, con cui da secoli i Greci intrattenevano rapporti commerciali diretti (nel periodo della colonizzazione vi avevano persino fondato uno scalo commerciale a Naucrati, nel delta del Nilo), il morbo era approdato in Grecia al Pireo, il porto di Atene. La città di Atene ne fu invasa all’improvviso: i primi a essere presi dal contagio furono quelli del Pireo […]. Poi il contagio si diffuse anche nella città alta, e il numero dei morti crebbe spaventosamente (48, 2). Molto prima dell’invenzione dell’aeroplano, gli uomini (e le merci) attraversavano il mondo via nave perciò i porti rappresentavano centri di incontro e scambio, anche di malattie. Non ci stupiranno, quindi, le immagini dei controlli ai passeggeri in arrivo agli aeroporti internazionali che vedevamo negli scorsi mesi ai telegiornali e sui giornali, alle prime avvisaglie di diffusione di una nuova malattia in Cina (Fig. 2). Le malattie viaggiano con noi: siamo noi il loro veicolo.

Fig. 2 Controlli ai passeggeri in transito negli aeroporti (Il sole 24 ore, 26 febbraio 2020)

Fig. 2 Controlli ai passeggeri in transito negli aeroporti (Il sole 24 ore, 26 febbraio 2020)

Tralasciando i sintomi, che differiscono da quelli scatenati dal SARS-CoV-2 (purtroppo, il nome del nostro morbo è noto e scandito), mi soffermo sulle contromisure adottate dalla medicina del tempo, colta alla sprovvista, come d’altronde la nostra, la quale però può almeno contare su una velocità di reazione infinitamente più rapida. Nulla potevano i medici, che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – e anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi più a diretto contatto con chi ne era colpito – (47, 4). E ancora, più avanti: non c’era un rimedio che fosse uno – per così dire – la cui applicazione garantisse un qualche giovamento, perché lo stesso farmaco che si era rivelato utile in un caso, in un altro risultava dannoso (51, 2). Allo stesso modo, in questi giorni sono numerose le notizie che si rincorrono riportando di affrettate sperimentazioni di vari rimedi tesi o a sostenere nella battaglia il corpo già assalito (farmaci), oppure a impedirne l’aggressione (vaccini). Diversi sono anche gli operatori sanitari (medici e infermieri) che si sono infettati e magari sono morti, in seguito ai soccorsi prestati ai malati.

Rimangono due ultimi punti da analizzare.

Il primo mostra un’intuizione così antica da essere atavica: la trasmissione delle malattie avviene più rapidamente nei gruppi. Le sofferenze causate dal morbo furono aggravate, soprattutto per quelli venuti da fuori, dall’affollamento determinatosi con il trasferimento in città degli Ateniesi che abitavano in campagna: poiché mancavano case, si viveva in tuguri che in quel periodo dell’anno (l’estate) erano soffocanti (52, 1-2). Quegli Ateniesi spaventati che dalla campagna cercarono rifugio in città siamo noi, che ci accalchiamo alla stazione di Milano Centrale (e in quante altre?) la sera del 7 marzo, prima dell’emanazione del DPCM che blocca gli spostamenti, per abbandonare la Lombardia e il nord in cerca di riparo in altre zone d’Italia; siamo noi che frequentiamo luoghi chiusi affollati o semplicemente creiamo assembramenti nei parchi all’aperto nonostante i divieti.

E infatti, i contagi sono cresciuti, e insieme a loro i morti e il nostro lutto. Alla data in cui scrivo (23 marzo), dopo l’emanazione di leggi, ordinanze e appelli stancamente ripetuti a non muoversi da casa se non strettamente necessario, da due giorni, la furia pare iniziare, timidamente, a rallentare la sua corsa mortale. Ciò sia tanto più di sprone a resistere ancora qualche settimana, a stringere i denti ancora, prima del sollievo che segue sempre uno sforzo. L’ultima analisi concerne la reazione della popolazione di fronte a una situazione sociale  drammatica. Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava fosse il bene […] la paura degli dei o delle leggi umane non rappresentava più un freno […]. La pena sospesa sulle loro teste era molto più seria, e per essa la condanna era già stata pronunciata (53, 3-4). Caduti in una tale sciagura, gli Ateniesi ne erano schiacciati (54, 1). Tucidide ci ammonisce a non abbandonarci all’isteria, alla disperazione né alla cieca soddisfazione di istinti effimeri (gli assalti ai supermercati o, negli Stati Uniti, ai negozi di armi), bensì ci esorta a mantenerci saldamente ancorati ai principi delle leggi dello Stato, della morale e del buon senso. Invitiamoci tutti a rimanere in casa ma non accaniamoci su chiunque venga colto per strada, colpevole, magari, di rincasare dal medico o dalla farmacia. Non lasciamoci schiacciare, almeno noi.

Prof. Fabrizio Biglia
Fonti
Tucidide, Storie
Il sole 24 ore, 26 febbraio 2020
Coronavirus disease 2019 (COVID-19) – Situation Report 63 (23 marzo 2020)