Le Rubriche di ATNews - Il Cerchio Magico

Il Cerchio magico: famiglia e scuola in quarantena

Quando mia figlia aveva due anni ha preteso, con tutta la determinazione che la contraddistingue da quando stava nel mio utero, che la portassi a un asilo nido, anche se io ero orientata a tenerla a casa con me fino ai tre anni. Non ero dunque, e non sono, una mamma che ambisce a impegnare i figli in millemila attività pur di non vederseli ciondolare intorno con il ritornello “mamma giochiamo” sulle labbra. Eppure, o forse proprio per questo, ho imparato ad amare la routine scolastica e la condivisione , perfino la delega, di parte del compito educativo a persone competenti e appassionate come le maestre… Non tutte quelle che ho incontrato sono così, ma la maggior parte certamente sì.

Ho sempre avuto un bel rapporto con gli insegnanti di mia figlia, un rapporto fatto di stima e riconoscimento reciproco, quando non ci siamo capiti di solito era perché inquadrare mia figlia non è semplice, sfugge alle categorie, spiazza e alcuni insegnanti invece tendono a pensare di poter riconoscere i bambini rapidamente, per via della loro esperienza.

Questa premessa mi serve per dire che mi sono accostata all’esperienza della scuola a casa con una certa ritrosìa: mi era costato fatica (e un bel po’ di orgoglio) fare un passo indietro nel percorso di apprendimento di Miriam e non volevo rimangiarmelo, la maestra è insostituibile, io sono solo il supporto logistico – mi dicevo nella prima settimana, quando si trattava solo di fare compiti di ripasso.

Già a metà della seconda, introducendo alcuni piccoli nuovi argomenti, le cose sono un po’ cambiate perché quando una cosa nel video spedito dalla maestra non era chiara, era decisamente più semplice, ma anche più normale e pratico chiedere a me di rispiegarla piuttosto che inviare una mail alla maestra chiedendole chiarimenti. Poi è cresciuto il desiderio della bambina di andare oltre i compiti come, ad esempio, fare qualche esperimento di scienze in casa… così ho scritto al maestro di scienze e mi ha mandato qualche idea, a cui io ho risposto inviando video della realizzazione; oppure di integrare i compiti di inglese con lo studio a memoria dei testi delle canzoni del film “Annie- la felicità è contagiosa” che sta adorando e riguardando in loop. E qui è iniziato anche il mio divertimento, perché queste cose piacciono anche a me!

Allora, lo ammetto, dalla terza settimana il tutto è diventato (per quanto possibile per le circostanze) divertente: al mattino facciamo le “nostre” cose, oltre a giocare, al pomeriggio vede i video delle maestre e fa i compiti richiesti, con il mio aiuto se non ha capito qualcosa, e poi alle 17.30 appuntamento su zoom con tutta la classe.

Questo inizio di esperienza, della cui durata nessuno ha idea, mi fa riflettere sul ruolo delle famiglie nell’apprendimento e nell’istruzione dei figli, penso in particolare a quelli piccoli, delle primarie. Finora ci è sempre stato chiesto sostanzialmente di delegare e sostenere, creando pochi problemi, ora ci ritroviamo volenti o nolenti protagonisti del loro apprendimento e se questo apre scenari di diseguaglianza sociale (che comunque nemmeno la scuola pubblica aveva risolto), offre alle famiglie uno spazio nuovo che può essere vissuto come una diminutio, con conseguente rimuginìo e rimpianto, o come una bella sfida da accogliere.

Io sono propensa per la seconda e mi pare che ci sia al fondo di questa esperienza ci sia un tesoro da trovare, o meglio da costruire, che ha molto a che fare con la parola alleanza.

Se nella nostra società l’educazione sembra materia per agenzie specializzate (famiglia, scuola, parrocchia, società sportiva,…) che operano autonomamente mettendo in campo ciascuna le proprie competenze, questa esperienza ci rivela che solo agendo insieme, da alleate, si può sperare in percorsi educativi efficaci. La famiglia, coi suoi limiti e le sue fragilità, torna centrale, interlocutore ineludibile e questo rende particolarmente delicata questa fase di passaggio di consegne, perché di questo si tratta, dato che anche quando finirà questa fase particolarmente critica, ben difficilmente si potrà pensare che le cose torneranno esattamente come prima.

La scuola, ma anche la parrocchia, l’associazione sportiva sono in questo momento lontane e possono raggiungere i bambini solo attraverso la mediazione della famiglia e della tecnologia, diventa allora urgente per noi adulti (genitori, insegnanti, educatori) anzitutto riconoscerci rispettivamente e darci valore: non trattare i genitori come esecutori passivi dei comandi degli insegnanti o dall’altra parte trattare i docenti come juke box di performance informative, a disposizione h24.

In tutto questo i bambini possono faticare e anche soffrire, sentirsi soli, sopraffatti e inquieti… l’alleanza va stretta per loro, per il loro bene attuale e futuro.

Paola Lazzarini

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