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Asti BenEssere: Il bilinguismo nella prima infanzia

Continua l’appuntamento con la rubrica quindicinale dedicata al benessere con gli interventi di professionisti del settore. Per l’ultimo appuntamento di ottobre troviamo l’intervento sul bilinguismo nella prima infanzia di Giovanna Rossetti, esperta di sviluppo del linguaggio infantile e
ideatrice del programma SegnInCantoTM

Il bilinguismo nella prima infanzia

di Giovanna Rossetti

Si dibatte molto di bilinguismo nella prima infanzia e dei benefici che questo apporta nell’età adulta.

E’ ormai provato che l’esposizione a due o più lingue nelle primissime fasi di crescita, porti molti vantaggi a lungo termine, quali:
– Miglioramento delle capacità cognitive
– Miglioramento dello sviluppo cerebrale (materia grigia più ampia)
– Maggior facilità di imparare altre lingue
– Miglioramento delle capacità di problem solving (mente adattabile)
– Prevenzione la demenza
– Aiuto per la memoria
– Aiuto ad aumentare il QI

Se i bambini sono esposti in maniera equivalente a 2 lingue, fin da piccolissimi sviluppano in pratica 2 lingue madri, e non una primaria e una secondaria come avviene normalemnte per l’acquisizione di un ulteriore lingua in età adulta.

Le informazioni relative alla lingua dei segni vengono gestite dalla stessa parte del cervello (è il lobo parietale sinistro che si occupa del linguaggio), proprio perché ha le stesse caratteristiche di una lingua verbale, struttura delle informazioni, grammatica, etc… Pertanto, si può’ parlare di bilinguismo anche usando una lingua visivo-gestuale.

Si è riscontrato che l’esplosione del linguaggio nei bambini bilingui, tende a tardare un poco rispetto ai loro coetanei, ma si è notato che nel momento in cui iniziano a parlare, lo fanno con competenze linguistiche maggiori. Le perplessità in merito al bilinguismo applicato nella prima infanzia sono sostanzialmente di due tipi.

La prima associa questo tipo di attività, ad una sorta di prescolarizzazione, o di iperstimolazione. Ovviamente se fosse così, ci sarebbero anche dei lati negativi.

Mi sento di dire pero’ che, inteso lo stimolo come uno strumento utile alla crescita del bambino e non come un continuo pungolamento, questo debba essere fornito sotto forma di gioco (laddove non ci sia una situazione genitoriale plurilingue) in primis dalla famiglia e senza forzature militaresche. Ecco che i genitori che vogliono inserire un momento di bilinguismo nella prima infanzia possono farlo sostanzialmente dedicandogli uno spazio di gioco, che a seconda della routine famigliare
può’ essere giornaliero o settimanale, all’interno del quale, leggere libri, chiamare gli animali, scoprire i colori, etc… in un altra lingua.

Laddove invece, i genitori fossero di nazionalità differente, questi possono semplicemente rivolgersi al bambino utilizzando la propria lingua, pertanto la stimolazione e l’apprendimento saranno naturali e fluidi, in quanto il bambino imparerà le lingue “di mamma e papà”.

La seconda perplessità che emerge spessissimo parlando di bilinguismo riguarda la confusione che potrebbe investire i bambini nel momento in cui stanno mentalmente ancora strutturando le informazioni relative al linguaggio. Questo rischio però deriva sostanzialmente dalla poca chiarezza che possiamo avere noi adulti nel giocare o rivolgerci al bambino. Infatti egli non conosce a monte la lingua di appartenenza di una parola, ma la immagazzinerà mentalmente secondo le informazioni che noi gli forniremo.

Pertanto, se un genitore si rivolge a lui per metà con la sua lingua madre, ipotizziamo l’inglese, e per metà con la lingua della società nella quale vivono, ipotizziamo l’italiano, il bambino inserirà tutto nello stesso ‘scatolone mentale’, non sapendo a monte se una parola è inglese o italiana. Se invece il genitore si rivolgerà a lui sempre e solo con la sua lingua madre, e userà la lingua italiana solo nei contesti sociali, il bambino dividerà i due registri linguistici e, nella sua mente, sarà ben chiaro quali termini appartengano alla lingua del genitore, e quali ad altra lingua e imparerà a utilizzarli separatamente senza difficoltà.

Allo stesso modo, se si opta per una routine di gioco all’interno della quale fornire uno stimolo bilingue, è bene che questa sia delimitata, come si fa sostanzialmente in tutte le attività per bambini, da una frase, un giochino o una canzoncina che annunci e poi chiuda, il momento dedicato all’altra lingua, di fatto circoscrivendolo e disinnescando il pericolo di confusione.

Chiariti questi aspetti, e quanto possa essere favorevole, anche a lungo termine, introdurre il bilinguismo nella primissima infanzia, non ci resta che provare a giocare e soprattutto parlare, con i nostri bambini, senza forzature ma con semplicità, in tutte le lingue che conosciamo, e fin da subito, in quanto lo sviluppo del linguaggio inizia già nella pancia della mamma!

Giovanna Rossetti
esperta di sviluppo del linguaggio infantile
ideatrice del programma SegnInCantoTM

La Rubrica Asti BenEssere è a cura della Cooperativa della Rava e della Fava