Lettere al direttore

Paride Candelaresi sull’Asti Pride: “Importante battaglia vestita da festa, ma con connotati politici eccessivi”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Paride Candelaresi, Capogruppo de I Giovani Astigiani.

Nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969 la polizia fece irruzione in un locale del Greenwich Village di New York con la scusa di controllare la licenza per gli alcolici, ma gli avventori vennero ben presto assaliti e allontanati con violenza. Perché? Perché erano per lo più giovani omosessuali e travestiti, persone insomma considerate fuori legge. Ma quella notte qualcuno reagì, qualcuno fece resistenza per contrastare gli abusi delle forze dell’ordine. Quel locale si chiamava Stonewall Inn e quella notte iniziò il movimento per i diritti LGBT.
Non credo sia necessario riassumere la storia dei Pride di cui già si è ampiamente discusso. Per farla breve i gay passarono dalla vergogna all’orgoglio in 24 ore.
Mica male no?

Come Consigliere comunale di maggioranza non posso che esprimere il mio consenso alla manifestazione prevista per questo 6 luglio, seppur con qualche perplessità.
Sarà da sempre la mia indole così riflessiva, la mia paura nel saper distinguere sempre nettamente cosa è giusto da cosa è sbagliato, la mia voglia di analizzare.

Il Pride divide. Da sempre. Divide, ad esempio, i sostenitori del progresso civile e dei diritti da chi invece si ostina a difendere stereotipi e visioni retrograde di cosa debba essere l’amore, una coppia, una famiglia. Da questo punto di vista il Pride è certamente “divisivo”: ma rendere chiara la separazione tra gli oppressori e chi non vuole più essere oppresso non si può certo ritenere un male.
L’esibizionismo esasperato delle parate LGBT è uno strumento storico di lotta: i cortei hanno lo scopo di esporre e rivendicare quello che alla società risulta scomodo. Il Pride indigna, provoca e lo fa di proposito. È capitato che abbia inquietato anche me a volte, sebbene io mi ponga a favore: mi è capitato di passeggiare accanto a persone che mettevano alla prova il mio gusto estetico, il mio senso del pudore, alcuni miei blocchi. Mi è capitato di tornare a casa chiedendomi se quella fosse ancora la direzione giusta da seguire. Perché ci sono le drag queen, i maschi seminudi, le donne che si baciano, i carri con la musica a palla, i costumi glitterati e così via. “Non sarebbero più credibili a sfilare in giacca e cravatta?” obiettano i più, dimenticando che le persone LGBT sfilano tutti i giorni in giacca e cravatta. Giacca e cravatta (fra l’altro retaggio di una società ostinatamente patriarcale) ma, riflettendoci, sono arrivato alla risposta che i cortei possono essere proprio celebrazioni di questo tipo, per assicurare spazio a ciò che è stigmatizzato senza motivo e posto al di fuori dalla cultura del pregiudizio. L’aspetto più variopinto e godereccio è figlio dell’edonismo anni Ottanta, figlio di un bisogno di visibilità, ovvero del bisogno di dire: se ti nascondi sei indifeso. E’ però comprensibile che il Pride risulti fuori luogo a chi ha una visione asfittica della società. Questi uomini e donne esistono, seppur “scomodi”, incontrollabili o disordinati e non possono essere rimossi dall’arredo del mondo.

Il Pride è nato per infastidire e per dividere, è una battaglia travestita da festa. Lo è da sempre. Che si possa lottare ballando e cantando vestiti, o svestiti, nel modo in cui si preferisce, è una delle cose per le quali bisogna ringraziare tutte quelle persone che negli anni hanno contribuito a rinnovare il lessico e l’immaginario politico mostrando al mondo l’importanza di essere accettati.

Ora però mi chiedo: questa battaglia travestita da festa non starà assumendo connotati politici eccessivi?
Il mio disappunto nasce da alcune modalità dei Pride, che si sono evoluti in spettacoli, anche con importanti sponsorizzazioni commerciali.
E’ necessario partecipare a questi cortei con striscioni contro questo o contro quello?
E’ necessario partecipare a questi cortei con maschere atte a deridere il politico di turno?
Mi chiedo realmente quanto queste magnifiche feste colorate che sono diventati i Pride oggi, abbiano ancora significato. E’ più facile sfilare oggi dopo tutte le battaglie (reali) fatte e vinte. Lo era molto meno nel ’69 a New York.

Mi chiedo perché le associazioni che tutelano i diritti LGBT non si occupino di questioni spinose e altamente pericolose da affrontare come la difficile situazione gay nei paesi del Medio Oriente. In molte parti del mondo le persone LGBTQ sono punite e torturate dalle loro comunità. In 72 paesi, secondo la più recente ricerca dell’organizzazione internazionale ILGA, essere omosessuali è un reato. Se in molte parti del mondo i Pride sono occasioni gioiose, piene di divertimento e allegria, in altre non c’è niente da festeggiare: sono soprattutto manifestazioni militanti e rivendicative perché ci sono uomini e donne che combattono innanzitutto per la loro sopravvivenza. Questi sono i reali problemi con cui confrontarsi oggi.

Anche in Italia, dopo decenni di manifestazioni semiclandestine e spesso ostacolate dalle autorità pubbliche, i Pride stanno diventando un’occasione sempre più pubblica e partecipata, nonché patrocinate dalle amministrazioni sia di destra che di sinistra. Parteciperò a questo Pride con allegria ed entusiasmo grazie anche a un sindaco attento come Maurizio Rasero che ha deciso (non fra poche polemiche) di rilasciare il patrocinio per questa manifestazione. Ci sono persone accusate di essere troppo di destra per essere considerate di sinistra e troppo di sinistra per essere ben viste dalla destra. Io, forse, faccio proprio parte di quelle persone, ma posso dire con assoluta certezza che parteciperò questo 6 luglio al Pride astigiano.

Sicuramente in abiti borghesi. Forse in giacca e cravatta.

Paride Candelaresi – Capogruppo de I Giovani Astigiani