Come affrontare un attacco di panico

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Cos’è un attacco di panico?

“Era domenica. Mi trovavo per un week-end in una casa al mare con amici. Ricordo di aver trascorso una serata divertente, eccedendo forse un po’ con alcol. Ho anche fumato cannabis. A un certo punto, in un modo improvviso e del tutto inaspettato, un’accelerazione del battito cardiaco e la paura di morire. Il mio corpo come impazzito: gli arti irrigiditi, non riuscivo a parlare. Mi sentivo confuso. Faticavo a respirare. Mi sentivo schiacciare il petto, come da un’incudine. Gli amici si sono spaventati, hanno provato a fare qualcosa, a farmi sdraiare sul letto ma niente. La crisi tarda a rientrare finché decido di farmi accompagnare al pronto soccorso. I soliti accertamenti di routine scongiurano il problema cardiaco. «Non ha niente! È solo panico», mi sento dire dai medici. 20 gocce di ansiolitico come terapia. Purtroppo non sarà la prima e unica volta. Da quel momento tutto è cambiato…”.

Questa è la descrizione di un attacco di panico: un vero e proprio tsunami nella mente. Si tratta di un’esperienza terribile, anche perché inaspettata.

Più in generale, in accordo al Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, APA 2014), l’attacco di panico si caratterizza per la comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco nel giro di 10 minuti e che presenta almeno 4 dei seguenti sintomi fisici (tachicardia, sudorazione, tremori, difficoltà respiratoria, dolore o fastidio al petto, nausea, sensazioni di svenimento, derealizzazione o depersonalizzazione) e cognitivi, quali la paura di perdere il controllo, la paura di morire e/o la paura di impazzire.

Un attacco di panico può manifestarsi all’interno di un qualsiasi disturbo d’ansia o di un altro disturbo mentale o in alcune condizioni mediche generali (cardiache, gastriche). Per esempio, il prolasso della valvola mitrale è una condizione perlopiù benigna dell’apparato cardiovascolare che si accompagna in taluni casi a palpitazioni, vale a dire un aumento di intensità e frequenza del battito cardiaco, ed è proprio questa sintomatologia fisica che può essere talvolta di innesco rispetto a un attacco di panico.

Un attacco di panico quando si presenta per la prima volta nella vita di una persona è un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Il soggetto non se lo aspetta minimamente. Possono verificarsi in qualunque luogo, in qualunque momento e in qualunque circostanza.

È bene sottolineare che un attacco di panico non equivale a un disturbo di panico. Un attacco di panico può essere un episodio isolato e di per sé non è sufficiente a formulare una diagnosi di disturbo di panico. Il disturbo di panico infatti prevede la presenza di attacchi di panico ricorrenti e inaspettati seguiti dalla paura che si possa verificare un altro attacco.

L’elemento principale del disturbo di panico diventa così l’ansia anticipatoria, vale a dire la preoccupazione persistente di avere altri attacchi o di andare incontro a conseguenze negative, quali morire, impazzire o perdere il controllo. Di conseguenza, la persona tenderà ad alterare in modo significativo il proprio comportamento facendo dell’evitamento la principale strategia di fronteggiamento. È così che dopo il primo attacco di panico la persona tende a vivere nell’aspettativa ansiosa del verificarsi di un altro attacco. Si chiama fotofobia, o paura della paura. È proprio l’ansia anticipatoria che limita il funzionamento sociale e quotidiano della persona e impedisce la disconferma di ciò che teme.

Neurofisiologia degli attacchi di panico

Al fine di comprendere cosa succede a livello cerebrale occorre una breve riflessione sulla neurofisiologia delle emozioni. Semplificando, possiamo considerare due vie anatomicamente diverse per l’elaborazione dell’informazione proveniente dagli organi di senso (vista, udito, olfatto):

  • una via cosiddetta bassa che fornisce un’informazione povera dello stimolo ma sufficiente ad attivare una risposta emotiva indifferenziata, non necessariamente coerente al livello di pericolosità dello stimolo stesso;

  • una via cosiddetta alta, che passa dalla corteccia, e permette una valutazione più dettagliata dello stimolo consentendo così al soggetto di preparare una risposta adeguata.

Dunque, i segnali provenienti dagli organi di senso viaggiano dapprima al talamo e poi all’amigdala (via bassa); un secondo segnale viene inviato dal talamo alla corteccia (via alta). Questa ramificazione consente all’amigdala di rispondere agli stimoli sensoriali prima che la corteccia abbia del tutto compreso ciò che sta succedendo. In altri termini, è come se la via bassa fosse programmata a non aver bisogno di sapere esattamente di cosa si tratti per sapere che può essere qualcosa di pericoloso. Quindi l’amigdala scatta come un grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e stimolando il rilascio di ormoni che preparano l’organismo ad attaccare o a fuggire da una situazione di potenziale pericolo o minaccia.

La via bassa, mediante un’analisi molto essenziale dello stimolo proveniente dagli organi di senso, presenta un grande vantaggio in termini di tempo e questo è legittimo supporre che abbia permesso ai nostri antenati di salvarsi la vita. Ecco che questo meccanismo è ancora attivo nel nostro cervello e risponde al principio evoluzionistico del ‘Better safe than sorry’, altresì chiamato in un linguaggio a noi più usuale ‘Meglio avè’ paura che buscanne’. Per dirla con le parole di Joseph Le Doux (1996) “Dal punto di vista della sopravvivenza, è meglio reagire a delle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero davvero, che non reagire affatto… confondere un bastone con un serpente costa meno del contrario”.

Come abbiamo detto in precedenza, alla via bassa si aggiunge una via alta. Quest’ultima coinvolge la corteccia e permette un’azione sottrattiva o sommativa all’attivazione emotiva prodotta dalla via bassa. Ad esempio, supponiamo il caso in cui si percepisca uno stimolo di grande intensità (per esempio, un forte rumore). Immediatamente potremmo sperimentare un’attivazione emotiva nei termini di un’accelerazione del battito cardiaco. Questa è la via associativa che passa dall’amigdala (via bassa). Allo stesso tempo si attiva la via alta che, passando dalla corteccia, ci permette di ricondurre quel rumore forte a dei lavori di ristrutturazione che sono presenti nel nostro condominio. A questo punto l’emozione di paura precedentemente attivata si riduce, disattivando la risposta di attacco o fuga. Ecco che la valutazione cognitiva dello stimolo permette di codificare e regolare le proprie emozioni.

La presenza costante di stimoli percepiti come minacciosi o pericolosi, come avviene nel caso di un attacco di panico, determina una sovrastimolazione del sistema limbico e dell’amigdala.

Attacchi di panico: un vero e proprio circolo vizioso!

Uno dei modelli più utili per la concettualizzazione dell’attacco di panico è il modello di Clark (Clark, 1986). Tale modello, meglio conosciuto come ‘modello del circolo vizioso’, ritiene che l’attacco di panico sia il risultato di catastrofiche interpretazioni di eventi fisici e mentali, considerati erroneamente segni di un disastro imminente.

Secondo tale modello, le sensazioni male interpretate sono soprattutto quelle associate all’ansia, sebbene in alcuni casi ciò si verifica anche per quelle non ansiogene (per esempio, stanchezza; sensazioni associate a repentini cambiamenti della pressione arteriosa; sensazioni fisiche da calo di zucchero). Questo significa che molte normali/innocue sensazioni fisiche possono fungere da fattore scatenante rispetto alla minaccia, diventando oggetto di interpretazioni erronee. Consideriamo, per esempio, un sintomo fisico quale il fastidio al petto.

Una volta percepita questa sensazione fisica, vi si può associare un’interpretazione erronea: la persona infatti può considerare l’evento interno ‘fastidio al petto’ come il segno di una minaccia all’integrità fisica ‘Sto per avere un attacco di cuore’ o psicologica ‘Sto per avere una crisi di panico’. È inevitabile che a questa interpretazione catastrofica si associ una componente ansiosa, con i relativi sintomi somatici associati (tra gli altri, sudorazione, accelerazione del battito cardiaco, parestesie). A questo punto la persona può trovare in questi sintomi fisici la conferma dell’interpretazione precedentemente formulata e così si verifica un ulteriore aumento della sintomatologia ansiosa in un circolo vizioso che può culminare proprio nell’attacco di panico.

Al fine di scongiurare l’attacco, la persona può ricorrere a dei comportamenti che hanno la funzione di ridurre l’ansia nel breve termine ma che divengono potenti fattori di mantenimento:

  1. Attenzione selettiva riguardo alle sensazioni corporee. Prestare selettivamente maggiore attenzione ai segnali del corpo non fa altro che incrementare la percezione degli stessi rendendo maggiormente probabile l’emergere di un attacco di panico. Spostando infatti l’attenzione su certi distretti del nostro corpo avviene un processo di abbassamento delle soglie sensoriali che favorisce un aumento dell’intensità soggettivamente percepita, conducendo a una maggior probabilità di attivare il circolo vizioso.

  2. Comportamenti protettivi associati alla situazione allo scopo di evitare le conseguenze temute. Nel caso dei comportamenti protettivi il processo di mantenimento è duplice. In primo luogo impediscono la disconferma delle conseguenze catastrofiche attribuendo erroneamente il non verificarsi della situazione negativa al comportamento protettivo in sé. Per esempio, il fatto che una persona assuma benzodiazepine ogni volta in cui prova ansia impedisce all’emozione di fare il proprio corso e quindi non permette di verificare che non succederebbe niente di grave a rimanere in quello stato. Anzi, diventa merito della benzodiazepina che la persona non è morta di infarto! In secondo luogo, certi comportamenti protettivi possono peggiorare taluni sintomi somatici. Per esempio, il costante monitoraggio della frequenza cardiaca, mediante rilevazione del polso, finalizzato a rassicurarsi che il ritmo non è accelerato comporta l’abbassamento delle soglie sensoriali con un aumento della percezione del battito e il potenziale innesco del circolo vizioso.

  3. Infine, l’evitamento mantiene l’attacco di panico in quanto limita la possibilità del soggetto di provare ansia, disconfermando la credenza per cui l’ansia porti a conseguenze disastrose.

Cosa fare quando si innesca l’attacco di panico?

Taylor (2000) riassume i trattamenti cognitivo-comportamentali per l’attacco di panico e il disturbo di panico in 4 grandi categorie:

  1. Interventi di psicoeducazione, in cui vengono normalmente fornite informazioni sull’ansia, sull’attacco di panico e sul modello del circolo vizioso adattato alla specifica situazione. L’identificazione e la descrizione precisa di ciò che avviene alla persona in quei momenti può aiutarla a rendere l’attacco di panico più comprensibile e meno spaventoso, facilitando un processo di normalizzazione.

  2. Interventi cognitivi di modificazione delle credenze catastrofiche. L’obiettivo di questi interventi è quello di far prendere consapevolezza delle convinzioni erronee associate alle sensazioni fisiche e operare una messa in discussione di quei pensieri disfunzionali mediante prove a sfavore finché la persona arriva a sostituire i pensieri ansiogeni con pensieri alternativi più funzionali.

  3. Interventi di natura comportamentale. Una delle tecniche più efficaci è l’esposizione enterocettiva. Essa consiste nel creare delle situazioni tali da attivare le stesse sensazioni fisiche che fungono da innesco per il circolo vizioso del panico. Lo scopo è principalmente quello di dimostrare alla persona che le sensazioni fisiologiche, per quanto fastidiose, non sono pericolose. La persona impara così a generare volontariamente i segnali fisici soggettivi di ansia e ad apprendere a rispondervi in modo adeguato senza attivare l’attacco di panico. In questo modo si va a confutare l’idea che quel sintomo fisico produrrà l’attacco di panico o altre conseguenze temute (paura di morire e/o perdere il controllo/impazzire), accettando e tollerando le proprie reazioni fisiologiche e la propria ansia.

  4. Altri interventi concernono l’utilizzo di tecniche di rilassamento e di meditazione. In particolare la mindfulness, mediante un processo di accettazione non giudicante dei propri eventi interni, permette un distanziamento proprio dalle interpretazioni catastrofiche che sono prerogativa della persona che ha attacchi di panico.

È importante tenere in considerazione che il primo attacco di panico è molto spesso un evento traumatico. La maggior parte dei pazienti riporta il primo attacco come qualcosa che ha cambiato ineluttabilmente la loro vita: c’è un prima e c’è un dopo. Esattamente come accade nel caso di un evento traumatico. Ecco che il trattamento EMDR, permettendo di desensibilizzare e rielaborare il ricordo traumatico, può essere un approccio ben integrabile nel trattamento dell’attacco di panico (Faretta, 2018).

Dott. Francesco Bulli

IPSICO, Firenze

Bibliografia

APA (2014). Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali. Quinta edizione (DSM-5). Raffaello Cortina Editore.

Clark, D. M. (1986). A cognitive model of panic. Behavior Research and Therapy, 24, 461-70.

Faretta, E. (2018). EMDR e disturbo di panico. Dalle teorie integrate al modello di intervento nella pratica. Edra.

LeDoux, J. (1996). Il cervello emotivo. All’origine delle emozioni. Baldini e Castoldi Editore.

Taylor, S. (2000). Disturbi di panico. Monduzzi Editore.

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