Il Quartetto Amouage inaugura la 42ª Stagione di Musica da Camera di Alba

Il Quartetto Amouage inaugura la 42ª Stagione di Musica da Camera di Alba, giovedì 21 febbraio, alle ore 21, nella sala Beppe Fenoglio, con il concerto “Classico ma non troppo”.

Emanuela Colagrossi e Sofia Cipriani ai violini, Davide Mosca alla viola e Matteo Bodini al violoncello eseguiranno musiche di Rota, Borodin, Webern e Beethoven.

L’organizzazione è curata dal Civico Istituto Musicale “Lodovico Rocca”, con la direzione artistica di Micaela Patria.

PROGRAMMA
N. Rota
Quartetto per archi (1911 – 1979)
I Allegro Moderato
II Adagio non troppo
III Allegro robusto

A. Borodin
Quartetto per archi n. 2 in Re Magg. (1833 – 1887)
I Allegro moderato
II Scherzo: Allegro
III Notturno: Andante IV
Finale: Andante. Vivace

A. Webern
Langsamer Satz in Mi b. Maggiore (1883 – 1845)

L. Beethoven
Quartetto Op.18, n. 4 in do minore (1770 – 1827)
I Allegro, ma non tanto II Andante scherzoso, quasi Allegretto III Minuetto.
Allegretto IV Allegro

Rota, Borodin, Webern, Beethoven. Un quartetto assai interessante.

È possibile che il grande pubblico della musica classica conosca bene tra questi, non soltanto per sentito dire, il nome di Beethoven.

I quartetti di Beethoven sono tra le composizioni del maestro di Bonn più complesse, e quelle che più di ogni altre seguono l’intero percorso creativo del nostro. I primi quartetti, ancora freschi e dal sapore estemporaneo, dichiarano la grande ammirazione di Beethoven per Haydn e Mozart. Melodie ancora trasparenti e cantabili, che non tarderanno a incastrarsi in una trama compositiva davvero sconcertante. Quanto a Borodin, per essere certi che la sua figura storica faccia risuonare qualche campanello interiore, bisognerebbe associare a lui opere quali Il Principe Igor o Nelle steppe dell’Asia centrale. Come la maggioranza dei compositori facenti parte del “Gruppo dei cinque” russi, Borodin, musicista d’eccezione, era anche chimico, medico, appassionato di fuochi d’artificio. La sua vita, decisamente gremita di eventi e grattacapi quotidiani, corre veloce in alternanza tra la sua professione di medico-chimico-scienziato e compositore.

La sua produzione musicale, nonostante non sia prolifica come altri autori di fine ‘800, non sembra tuttavia risentirne qualitativamente. Le sue sinfonie e la musica da camera, in special modo, fanno risaltare una vena melodica fuori dal comune, in qualche modo paragonabile, per naturalezza e pathos, a quella eroica di Wagner.  E’ sempre piuttosto sconcertante ricordare che lo stesso Borodin immaginava la sua attività compositiva come “un passatempo, un riposo dalle occupazioni più serie”, quelle scientifiche. Per quanto riguarda Nino Rota, compositore dalla formazione importante (Delachi, Casella e Pizzetti sono soltanto alcuni dei suoi maestri d’eccezione), chi conosce le sue opere generalmente è arrivato al suo nome tramite l’interesse per la cinematografia.

Rota è stato uno dei più influenti autori di musiche da film del ‘900 e ha firmato le pellicole più importanti di Zeffirelli, De Filippo e Fellini, solo per citare alcuni grandi registi. La sua carriera “cinematografica” è costellata di importanti premi e la sua produzione è realmente sterminata (almeno duecento collaborazioni tra il 1933 e il 1979, anno della sua morte).

Le opere che parallelamente scrive per l’ambito più classico (musica per orchestra, concerti per solisti, musica da camera) risentono chiaramente del suo getto melodico continuo e della manipolazione timbrico-situazionale, caratteristica specifica della musica da film.

Questo non implica necessariamente composizioni leggere e senza struttura, ma certamente una comodità di avvicinamento da parte del pubblico che le opere dei compositori del XX secolo difficilmente permettono. Compositori tra cui certamente spicca la grande, immensa figura di Anton von Webern. Compositore vero (vero cum-positore), allievo e amico di Arnold Schönberg, padre della Dodecafonia, di certo non scrisse musica per diletto. La sua era una vera missione: l’arte musicale. Le sue miniature compositive (le tempistiche dei suoi brani musicali sono all’esatto opposto del gigantismo mahleriano) spesso sono state paragonate giustamente a splendidi diamanti cesellati da mano sapiente e determinata.

Le sue sculture sonore, così potremmo ben definirle, sono coaguli di suono rarefatto e metafisico, che riescono, nella loro trama, a collegare con estrema fluidità frammenti di materiale musicale che sembrano provenire da altri mondi, mondi meno materici, meno opprimenti. Con Webern (che, teniamo a ricordare, nulla c’entra con Lloyd Webber) ci addentriamo nel percorso che la musica intraprende nel XX secolo, un sentiero tanto affascinante quanto oscuro e intricato, che varrebbe finalmente la pena di incominciare a conoscere e assaporare.