Quantcast

Le Rubriche di ATNews - Comunicare la bellezza

Giovanni Bressano: “La nostra gente è lavoratrice, ed è stata messa in condizione di farlo bene”

Continua il nostro viaggio per “Comunicare la Bellezza: Narrazione Digitale di Langhe-Roero e Monferrato”: siamo tornati a Serralunga, nel cuore della Langa del Barolo.

Lo speciale di questa tappa riguarda un personaggio storico del mondo del vino albese, intervistato da Marcello Pasquero, giornalista di Radio Alba, che ci ha gentilmente fornito i racconti “catturati” durante la lunga chiacchierata con Giovanni Bressano, da cui abbiamo estrapolato diverse riflessioni che vi proponiamo.

Chi è Giovanni Bressano?

Sono nato a Greve in Chianti, in provincia di Firenze, nell’agosto 1928, nello stabilimento che allora (scusate ma io mi commuovo) era della Mirafiore, ritornata adesso a Farinetti. Mio papà era direttore di quello stabilimento che produceva olio e vino. Poi, l’azienda è fallita. Fallendo l’azienda, il direttore è stato richiamato in Piemonte e quindi nel 1931 sono diventato cittadino di Alba, mentre prima, per tre o quattro anni ero stato cittadino di Greve. Papà è stato confermato dal curatore del fallimento a dirigere questa azienda.  Di lì è cominciata la mia vita a Fontanafredda, perché , praticamente, io sono sempre stato a Fontanafredda. E mio papà, che aveva studiato alla Scuola Enologica, è riuscito a ricostituire l’azienda, piano piano, ha cominciato a rifare  le viti che aveva trovato tutte filosserate e che non producevano quasi nulla.

E questo ragazzino, che era il sottoscritto, lo mandava in laboratorio chimico e gli faceva fare le analisi calcimetriche, perché cosi lui stabiliva la quantità di calcio che c’era nel terreno e poteva dire se lì andava bene il Barolo o se andava meglio il Nebbiolo, il Dolcetto o il Moscato. Cosa che probabilmente – non vorrei essere maligno – ora non fanno più.

Naturalmente la mia vita a Fontanafredda è stata di un ragazzo che studiava, finché, ad un certo punto, ho deciso di non rimandare più il servizio militare, e questo nell’anno 1953, ho chiesto di fare il Corso Allievi Ufficiali, sono stato ammesso ad Ascoli Piceno, di lì sono stato assegnato alla Cavalleria, e sono andato a Caserta alla Scuola Truppe Corazzate. In quell’anno, papà ha avuto un incidente stradale, mentre era in servizio, ed è morto. Io avevo degli zii anziani, mia mamma sola e decido di non continuare a fare il servizio militare. Monte dei Paschi mi ha chiesto se volevo fermarmi, io mi sono fermato e ci sono rimasto 38 anni. A Fontanafredda ho fatto un po’ di tutto: per una decina d’anni mi hanno assegnato l’azienda agraria, poi sono passato all’ufficio del personale ed ho finito coma direttore del personale. Poi sono diventato direttore del personale della Famija Albeisa.

Parliamo di Alba intorno al 1955…

Alba era una città che stava crescendo perché nel 1955 Ferrero era già in movimento, ma non eravamo ancora ai livelli di adesso. Io mi ricordo che a Fontanafredda, a convincere i contadini ad aderire al consorzio per il trattamento con l’elicottero bisognava fare i salti mortali perché aveva un costo, poi con la mentalità dei contadini che mi chiedevano se gli spruzzi dell’elicottero fossero andati a finire sul terreno del suo vicino che non era iscritto, chi è che glielo pagava. Eppure bisognava convincerli. E’ un’altra battuta che sta ad indicare la mentalità dei contadini di allora che adesso quel discorso lì non fanno più.

Come vedi la città di Alba, oggi? 

Secondo me ci sono troppi particolari che non funzionano. Prima di tutto perchè si sono lasciati portare via il discorso di quella tangenziale (ndr: lungo la Cherasca) che si dice sempre che dovrebbe essere fatta, ma che non la faranno più e quindi c’è l’intasamento in piazza Savona. Il terzo ponte è un’altra cosa che dovevano fare, l’autostrada… come vuoi che la veda Alba? E’ isolata, Alba è isolata. La ferrovia Alba-Asti, se fosse elettrificata, sarebbe come quell’altra, dove possono permettersi un treno ogni mezz’ora per Torino, andare a Torino è diventato uno scherzo. Anche verso Asti si potrebbe fare lo stesso. Quanti anni è che girano attorno a quella galleria Ghersi: è ora che si decidano. Non la vedo…

Parliamo di come è cambiato il mondo del vino. 

Decisamente è cambiato molto perché i contadini vendevano le uve e il discorso dei carri carichi d’uva in piazza Savona e in piazza San Paolo, ora non se ne vedono più, perché ogni piccolo proprietario terriero ha la sua cantinetta, ha la sua macchina per imbottigliare, cose che quando io ho cominciato a lavorare non era nemmeno da pensarci, non avevano i mezzi. Allora vendevano l’uva e facevano il possibile per venirla a vendere a Fontanafredda che, col Monte dei Paschi alle spalle, aveva i mezzi. 

Questo territorio è passato dalla “Malora” di Fenoglio, dal dopo-guerra, ai giorni nostri, i cambiamenti avvenuti sono stati tutti positivi?

Se i nostri contadini si sono affrancati, lo devono a uno, una famiglia, che dovrebbero essere tutti santi, dovrebbero essere i Beati Ferrero, perché quello che ha fatto di bene la Ferrero, a non sradicare i contadini dalla campagna, è lì sotto gli occhi. I nostri contadini hanno dimostrato di essere dei lavoratori, perché dopo aver fatto otto ore, al pomeriggio, non andavano al caffè, ma andavano nella vigna del padre, del nonno e la lavoravano. E di lì hanno cominciato ad avere i mezzi per produrre vino ed avere tutti un’etichetta. Allora c’erano tre o quattro aziende che monopolizzavano tutte le uve, adesso invece, non le vendono quasi più: ognuno si produce il suo vino, ognuno ha la sua etichetta e il vino è anche buono. Perché la Ferrero non li ha sradicati e li portava a casa. E, se avete osservato, la stessa cosa ha imparato a farla anche Miroglio, che ha anche gli autobus che li portano a casa. Secondo me è questa una delle ragioni per cui c’è tutto questo benessere: la nostra gente è lavoratrice, ma è anche stata messa in condizione di farlo e di farlo bene.

La crescita del vino, del Barolo. C’è stata una crescita enorme. Ve l’aspettavate una volta che potesse esserci un interesse così, quando Fontanafredda era una delle poche aziende vinicole?

Non puoi mai aspettarti qualcosa ed essere sicuro che avverrà, quindi, ogni tanto, ci vuole anche un pizzico di fortuna. Diciamo che certi giornalisti e certe testate di settore hanno lavorato bene, per far conoscere i nostri vini, che sono veramente una specialità, quindi è bello che vengano pagati cari. Però non bisogna esagerare. Adesso io parlavo con due, tre amici che producono vino hanno già esaurito tutta la produzione, hanno già prenotato il Barolo che tra tre anni verrà venduto. Ci sono poi annate come quest’anno, un pò scarse, finchè dura… D’altra parte il vino non cambia. Se mantengono vivo il gusto del vino come è adesso, le cose non possono cambiare.

Cosa è cambiato, in questo territorio, dopo aver ottenuto il riconoscimento UNESCO? E l’invasione dei turisti di questi ultimi anni: è un bene oppure bisogna fare attenzione? Vorrei capire come la pensa.

Ultimamente ho frequentato meno, sia per l’età che per altri motivi, ma il riconoscimento UNESCO, viene dato per quello che c’è: le nostre colline, il nostro ambiente. Certo che se costruiamo in cima ad una collina un capannone, non ci siamo più. Ma se riusciamo a restare nei limiti, la bellezza dell’ambiente non viene toccata, non la perdiamo, ed è un bene. Il turismo, invece, dovrebbe essere organizzato in un altro modo: non accontentarci e non sperare nel numero. Poterci vantare di 800.000, 900.000 (turisti), che magari lasciano sporco, non danno nessun reddito e non trovano l’accoglienza che dovrebbero trovare. Perché da quando abbiamo cominciato a definirci città turistica, lei provi a comportarsi da estraneo ad Alba, a girare per la città e andare magari a cercare un negozio, un ristorante: sono tutti chiusi, non l’hanno ancora capito che una città turistica deve essere alla portata dal lunedì alla domenica. E, invece, quello non c’è. E’ un turismo che deve essere un pochettino limato: anche se vengono 50.000 persone di meno, ma le altre portano lo stesso reddito, perché apprezzano maggiormente quanto c’è di nuovo, è una cosa più ordinata, più pulita.

Puoi leggere una poesia in piemontese?

Questa è scritta in piemontese, io, invece, cerco di leggerla in albese.

Ra vita – Ti che ‘t fai cite barchette d’or, fa per nui la pi cita, a sarà la barchetta di nostri sogn, ent es mar nen sempre azur ca r’è ra vita“.

“La vita – tu che fai piccole barchette d’oro – fai per noi la più piccola, sarà la barchetta dei nostri sogni, nel mare non sempre azzurro che è la vita”.

Nella foto, un’intensa immagine di Giovanni Bressano di Bruno Murialdo, gentilmente concessa da Radio Alba.

**********************************************

Il Progetto “Comunicare la Bellezza: Narrazione Digitale dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato” è realizzato grazie al contributo di:

Regione Piemonte

Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato

Cooperativa della Rava e della Fava

Il Progetto ha ricevuto il Patrocinio di:

Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato

Comune di Asti

Comune di Nizza Monferrato

Comune di Vaglio Serra

Provincia di Asti