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Lettere al direttore

Coordinamento Asti-Est: “Daspo urbano? Le norme sottoscritte possono volgere in tolleranza repressiva”

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Riceviamo e pubblichiamo

“In questi giorni la stampa locale ha restituito attualità ai decreti Minniti, votati dal Parlamento nel 2017, il decreto “migranti” e il decreto “sicurezza”. Come è noto, la parte più importante di quest’ultimo è il cosiddetto “Daspo urbano” (un acronimo pasticciato, un divieto di accesso esteso ben oltre le manifestazioni sportive), che attribuisce ai Sindaci, in collaborazione con i Prefetti, nuovi poteri di ordinanza. E’ meno noto che la Corte Costituzionale, abbia segnalato il rischio che le generiche finalità dichiarate (decoro, vivibilità urbana, incuria, degrado del territorio) possano dissimulare la volontà di limitare la libertà dei cittadini, singolarmente o in vario modo associati.

E’ stato proprio il Patto di attuazione del daspo urbano, sottoscritto dal Prefetto e dai sindaci della Provincia, che ha riempito le colonne tipografiche dei periodici locali. Ma la narrazione ha accuratamente evitato di mettere in evidenza il carattere ambivalente delle norme sottoscritte, la possibilità che tali norme possano volgere in tolleranza repressiva. Come se la condotta degli organi del potere fosse immune dalla tentazione di considerare una parte della popolazione “pericolosa” per l’ordine sociale dominante. Eppure è già accaduto che proprio il daspo urbano sia servito per impedire a gruppi di cittadini di raggiungere i luoghi in cui erano state convocate delle manifestazioni (Roma, Alessandria, Val di Susa). Le stesse norme del daspo hanno implementato le procedure di sgombero delle “occupazioni” di salita al Fortino e di via Orfanotrofio (nella foto ndr), e non si può dire agli “occupanti” che non fossero imposte.

Come avevamo già annotato, si è trattato di un opportuno dosaggio di repressione e di azioni di “riduzione del danno”. La minaccia dello sgombero violento, largamente esibita, insieme all’accompagnamento delle famiglie “occupanti” verso il futuro incerto dei centri di accoglienza, o dei contratti di locazione che tutelano, con soldi pubblici, proprietari privati.
Insomma, se avevamo dei dubbi sul carattere ambivalente di quelle norme sono stati i commenti del Sindaco e del Prefetto a fugarceli.

«L’obiettivo del Patto», ha precisato il Prefetto Formicola, «è anche di ridurre i fenomeni di disagio sociale» e pertanto «potranno essere attivate procedure amministrative repressive, come l’allontanamento da un quartiere per chi svolge accattonaggio molesto. Ma contemporaneamente dovranno essere coinvolti i Servizi Sociali per cercare di aiutare la persona».
Il sindaco di Asti Rasero, ha aggiunto da parte sua «abbiamo riportato la legalità dove non c’era più, sgomberando immobili occupati abusivamente, ma non ci siamo dimenticati di chi abitava in quegli edifici e per tutti abbiamo attivato un percorso di protezione con i Servizi Sociali. L’obiettivo è coniugare rispetto della legge e solidarietà».

Sono le parole di una tolleranza repressiva trasferita per intero nel nuovo Regolamento Comunale, senza che dalle istituzioni sia pervenuta una qualche notazione critica. Anche noi, come il consigliere Beppe Rovera, nella sua lettera del 19 maggio, respingiamo con fermezza questo associare, sotto la categoria della illegalità, la delinquenza comune e mafiosa e gli atti di legittima autodifesa, come le «occupazioni», dettati dalla negazione dei più elementari diritti sociali. A ragion veduta dunque, possiamo affermare che questo fondamentalismo legalitario, promosso dal decreto sicurezza e più ancora dal daspo urbano, dissimula una «guerra ai poveri» non dichiarata ma perseguita nei fatti.

Non c’è solo l’articolo 3 della nostra Costituzione che condanna questa condotta, «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» .

Ci dovrebbe essere e ancora non c’è, o appena si annuncia, nell’impegno di cittadini, associazioni, movimenti di base, una reazione morale e politica ad un sistema sociale che, a differenza di quello novecentesco, crea la povertà di molti – il lavoro flessibile e senza diritti – per accrescere la ricchezza di pochi.”

Per il Coordinamento Asti-Est
Clemente, Sottile, Piccinini, Massano

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