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Statistiche di Confartigianato: l’Italia è il Paese con la più alta perdita di valore nazionale nell’export

Il fenomeno nella globalizzazione ha modificato profondamente la creazione di valore nelle filiere produttive. 

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A tal proposito, gli studi di Confartigianato sottolineano che il confronto internazionale disponibile per otto Paesi Ue evidenzia che nell’ultimo anno disponibile (il 2011) il contenuto di valore aggiunto creato all’interno del Paese dall’export in Italia è pari al 73,5%, inferiore al 77,0% del Regno Unito, al 75,6% della Romania, al 74,9% della Francia e al 74,5% della Germania; la quota dell’Italia è più alta del 73,1% della Spagna, del 70,8% della Svezia e del 56,4% dell’Irlanda.

Più preoccupante l’esame della dinamica di tale quota che tra il 2000 e il 2011 registra in Italia il decremento più ampio, scendendo nel periodo di 6,5 punti contro il calo di 5,3 punti della Germania, di 5 punti del Regno Unito. Nell’interpretazione del confronto va peraltro evidenziato che tra il 2000 e il 2011 le esportazioni a prezzi correnti in Germania e Regno Unito sono salite a ritmo doppio rispetto all’Italia (+85% contro +39%).

In valore assoluto il calo di contributo al valore aggiunto domestico vale per l’economia italiana 28,9 miliardi di valore aggiunto, pari all’1,8% del Pil.
Sul fenomeno della perdita di valore creato in Italia pesa la delocalizzazione produttiva. A tal proposito va segnalato che sono 6.445 le multinazionali manifatturiere a controllo nazionale localizzate all’estero, con 836.631 addetti. Le intersezioni produttive nelle filiere globali rappresentano una specifica minaccia alla tutela di un prodotto ‘Full made in Italy’. A tal proposito si osserva il 9,1% del fatturato delle imprese estere manifatturiere a controllo nazionale è esportato in Italia, con punte in alcuni settori tradizionali del made in Italy quali le Industrie tessili e confezionamento di articoli di abbigliamento, in pelle e pelliccia con il 51,2%, Fabbricazione articoli in pelle e simili con il 42,2%, Fabbricazione di mobili e altre industrie manifatturiere 24,9% e Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco con il 13,9%.

In questa prospettiva pesa la diminuita importanza del mercato domestico per i grandi gruppi, come evidenziato da una recente analisi di Mediobanca: “I maggiori gruppi manifatturieri italiani con organizzazione multinazionale si stima abbiano realizzato nel 2014 ricavi domestici pari al 10% del giro d’affari complessivo. La quota estera (90%) è derivata per il 24% da attività esportativa e per il 66% dalle vendite di insediamenti ubicati oltre frontiera (“estero su estero”).”

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