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Il 25 aprile del partigiano Silvio Camillo Repetto, classe 1922, tra Bisalta e Monferrato

In occasione del 25 aprile vi racconto una vicenda svoltasi tra la Bisalta e il Monferrato, narrata attraverso la testimonianza di uno dei partigiani che vi hanno preso parte e che ricorda i fatti come fossero avvenuti ieri: Silvio Camillo Repetto, classe 1922.

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E’ un reduce dal fronte russo che dopo l’8 settembre da Napoli riusci’ a tornare a Bosio (AL), sulle colline del Monferrato, dove fu parte attiva della formazione partigiana locale.

Il 24 luglio 1944 nel primo pomeriggio Repetto era sulla piazza della chiesa di Bosio con il suo amico Giuseppe Ghio: videro passare un aereo dal quale si staccarono improvvisamente, proprio sulle colline di Gavi, alcuni pallini bianchi.

 “Accadeva spesso che fossimo sorvolati da squadriglie inglesi e americane dirette verso Torino- ricorda Silvio – ed erano tanti, a volte venti e certe volte perfino trenta, tutti assieme. Quella volta pero’ un aereo lasciava una scia di fumo nero, anche se proseguiva dritto senza perdere quota.

Via via che i pallini che ne uscirono si avvicinavano appariva chiaro che erano uomini e che sicuramente non erano inglesi, perche’ si vedeva luccicare la fusoliera mentre si allontanava: non era verniciata, ma di acciaio lucido, come quella degli americani.

C’era solo da sperare che gli aviatori cadessero in zone riparate e lontane dai posti dove c’erano I tedeschi, senza pero’ restare impigliati ai rami degli alberi. Col buio alcuni di noi sarebbero andati a cercarli.”

L’aereo era una ‘fortezza volante”: un B-17 americano, ormai senza equipaggio, che ando’ a sfasciarsi sulla colla in cima alla Bisalta, tra la Valle Pesio dalla Vermenagna: pastori e partigiani accorsero, recuperando, sigarette, mitragliere e pezzi di carlinga.

E’ stato proprio un pezzo di fusoliera utilizzata per costruire una scapita (una baracca) che, recando un  numero di serie, ha permesso in seguito di ricostruire tutta la vicenda, contattando il governo Americano.

“Gli aviatori non arrivarono al suolo tutti assieme nello stesso posto, ma caddero in varie localita’ attorno alla zona di Gavi.

Il giorno dopo Ghio venne a cercarmi e mi disse che ne avevano trovati due, e che io dovevo fare da interprete, perche’ parlavo bene l’inglese.

Repetto sorride soddisfatto, non solo perche’ l’inglese lo parla e lo scrive ancora, ma perche’ all’epoca della vicenda e durante gli anni del regime non era cosi’ facile studiarlo, ma lui lo aveva imparato lo stesso ed ascoltava Radio Londra e Allied Forces Expedition Station.

“Che lo parlavo bene, poi, non lo dico io, ma c’e’ scritto nei documenti, eh: “very friendly, speaks English fairy well”.

Comunque: sono corso subito e ho aiutato il mio amico Ghio, che all’epoca aveva 28 anni, a comunicare con Laurel Kelly e Allen Stoher, i due aviatori americani che hanno trovato alloggio nel fienile di Giuseppe e sono stati rifocillati per alcuni mesi con quello che chiamavano sempre “bono manciari”: le tagliatelle al pesto della moglie di Ghio.

Io parlavo volentieri con loro anche per fare esercizio e perche’ raccontavano tante cose dell’America, e per loro rappresentavo l’unico contatto col mondo.

Ogni giorno portavo le notizie di Radio Londra ed erano contenti, anche se mal gradivano di dover stare nascosti nel fienile: erano giovani ed abituati ad una vita comoda a casa loro.”

Sorride e ripensa alla scatoletta di tonno con la quale era partito per la Russia, riservandola per un momento di vera emergenza e riportandola a casa intonsa, perche’ nessuna circostanza gli era mai sembrato cosi’ grave da dar fondo all’ultima risorsa: decisamente, gli Americani ne avevano di roba e di buone abitudini che gli Italiani nemmeno immaginavano!

“Ogni tanto uscivano a prendere aria, ma si capisce che era un rischio quotidiano. Per fortuna comunque erano in due e si sostenevano a vicenda.

Passavano il tempo raccontandoci di casa loro, e riuscimmo a farci spiegare anche che cosa era successo al loro aereo: quando si accorsero che c’era un problema grave ad un motore avevano deciso di inserire il pilota automatico e di lanciarsi.

Ecco perche’ io avevo visto l’aereo dirigersi dritto in avanti, apparentemente sotto il controllo di qualcuno. Dove fosse andato a finire pero’ allora non lo sapeva nessuno”.

Verso il 23 di ottobre Ghio venne arrestato dai fascisti e portato a Serravalle per essere interrogato.

“Non aveva fatto nulla di male, ma erano venuti per indagare su suo cugino che si era cacciato nei guai.

Solo che gli Americani non potevano sapere il motivo per il quale Giuseppe era stato prelevato, e temendo per la propria incolumita’ se ne andarono di notte, senza dir nulla, per riparare a Mornese, da dove poi raggiunsero Firenze e vennero rimpatriati.”

Silvio si ferma e sembra davvero che quella sia la fine della storia.

Ma i legami stabiliti durante le avversita’ sono i piu’ saldi, e infatti la narrazione prosegue con lettere e fotografie di Stoher e altre notizie di Kelly.

“Ho ancora le foto della famiglia di Allen Stoher e le sue lettere, perche’ ci siamo scambiati notizie per anni, fin che non si e’ ammalato ed e’ morto, e poi sono rimasto in contatto fino a pochi anni fa con suo figlio, il bambino della foto.

Da Stoher, che si diede da fare per trovarlo, ebbi anche l’indirizzo di Kelly”

“Poi nel 1996 mi hanno telefonato due giornalisti italiani (Costagli e Unia, autori di “Ali spezzate”) per chiedermi se fossi disposto a raccontare cio’ che ricordavo: avevano ritrovato un pezzo di aereo sulla Bisalta e, avendo inviato il numero di telaio al Governo Americano, avevano ricevuto in cambio informazioni sui due aviatori e nei documenti eravamo citati anche io e Giuseppe Ghio.

Cosi’ finalmente siamo venuti a sapere dove era precipitato l’aereo”

In seguito alla ricostruzione della vicenda il sindaco di Bluffton, nell’Indiana, patria di Kelly, ha decretato il Silvio Repetto and Joseph Ghio Day.

“Anche se non sono potuto andare negli States, ho ricevuto un attestato d’onore, un piccolo busto dell’aviatore e la chiave della citta’ di Bluffton.

E’ bello quando sai che hai fatto qualcosa: che sia piccola o grande, se e’ utile non e’ sprecata.”

E dalla cartellina dei ricordi esce, assieme a tante lettere, cartoline dagli States, anche una foto che non aveva mai mostrato a nessuno e lo ritrare sulle colline di Bosio insieme a due russi che si erano nascosti nei dintorni.

“Adesso sembra incredibile da raccontare, perche’ nel Forte di Gavi c’erano i prigionieri Inglesi e Americani e a Novi Ligure c’era il Comando Germanico e quindi la zona era “calda”, ma gente nascosta ce n’era lo stesso parecchia.

Uno dei due russi nella foto con me (il 14 dicembre del 1944 quando li incontrai per la prima volta ero in giro per i monti con una macchina fotografica) ho scoperto dopo che si e’ fermato in zona e si e’ sposato a Campomorone”

Concludo il racconto con alcune immagini di alcuni documenti, sia  americani che del CLN, che molti dei lettori non avranno di certo mai avuto occasione di vedere.

Ci tengo moltissimo ad aver avuto il privilegio di raccoglier dal vivo questa storia, attraverso il racconto di mio suocero Silvio Camillo Repetto che, come molti che hanno vissuto momenti terribili, non ne parlano quasi mai: e’ un privilegio aver ascoltato e ritengo che fatti come questo vadano consegnati alla Grande Storia che normalmente si occupa solo dei grandi accadimenti e non delle sconosciute, ma fondamentali, piccolo storie di solidarieta’.

Vorrei, con l’occasione, trasmettere a chi legge il suo pensiero, cosi’ come lo invio’ ad un giornale nazionale via mail (Il Giornale, 22/04/2007), visto che – mi ha assicurato – lo sottoscrive ancora oggi.

E’ un messaggio positivo che incita a guardare oltre, a ricordare e imparare, ma senza inutile rancori che dopo molti anni diventano sterili e dannosi.

Credo che questo messaggio positive, detto da chi ‘ al di sopra di ogni sospetto, sia il miglior augurio per un buon XXV aprile. 

 “… Il 25 aprile  è stato una gioia enorme, la gioia enorme di aver potuto arrivare vivo a quel giorno che avevo cercato, provocato e per il quale mi ero sacrificato con tutte le mie forze.

Il 26 aprile ero un’altra persona : viva, ma proprio viva.

… La morte affratella i caduti e riconosce sempre, qualunque sia la parte vincente , che il sacrificio supremo della vita merita rispetto, perché nobilita qualsiasi ideale.”

Silvia Leoncini – www.targatocn.it

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